Qualche anno fa intrapresi una corrispondenza con un condannato a morte del
Texas. Pur conoscendo la sua vita e i motivi "apparenti" che l'avevano
spinto a uccidere, le zone d'ombra sul reale "perché" erano
ancora molte. Come poteva un semplice bisogno materiale spingere a calpestare
una, più vite? Era davvero tutto lì? Non potevo crederci, qualcosa
non quadrava.
Ora, grazie a quanto appreso nel corso del professor Aparo, ho potuto far
luce su molti punti e vorrei rileggere la vita di Delbert (così si
chiamava), come esempio delle dinamiche che portano alla trasgressione, alla
devianza.
Alcune poesie di
Delbert
Delbert cresce in una famiglia unita, e questo potrebbe essere atipico per
un futuro deviante, ma in un ambiente sociale estremamente marginalizzato:
il padre è un immigrato irlandese che non conserva assolutamente traccia
delle sue origini; cambiando paese si è lasciato alle spalle una vita
che non sa o non vuole ricordare, una vita certo non facile che lo porta a
emigrare.Viene così a mancare la trasmissione di un patrimonio di
tradizioni che poteva dare stabilità alla famiglia e alla figura paterna.
La madre è un'indiana Cherokee; è noto che questi gruppi etnici
vivono in condizioni misere, spesso confinati in riserve naturali, dove la
loro identità di nativi d'America viene deumanizzata e svuotata di
significato.
Fino a 8 anni Delbert vive in un microcosmo che ai suoi occhi è perfetto,
ma che in realtà è completamente inadeguato a prepararlo al
materialismo consumista del resto della società: cresce sotto la supervisione
dei parenti materni, tutti cherokee, che lo educano secondo valori di vita
"indiani", valori fortemente incentrati all'interiorità,
alla spiritualità, in aperto contrasto col modello culturale occidentale
centrato sull'individualità.
Fino a quando vive nella comunità indiana Delbert ha tutti gli strumenti
adeguati per esprimersi ed ha il suo spazio. Ma quando con la famiglia deve
trasferirsi in città tutto cambia:
Ora la sua vita è regolata da nuove norme. Ma la norma che dovrebbe tutelare l'intera popolazione è ai suoi occhi una comunicazione poco attendibile, in aperto contrasto con le sue esperienze di vita: nessuno è tutelato all'interno del nuovo mondo cittadino dove la violenza è ovunque (svalutazione della norma e senso di precarietà)
L'immagine onnipotente di sé è crollata insieme ai suoi ideali infantili. E' necessario rimetterla in sesto, pomparla per avere conferme. Serve qualcosa di forte contro cui confrontarsi, serve lo scontro con un limite (l'autorità) che:
Non rimane che trasgredire
Nell'atto trasgressivo possiamo leggere una richiesta di aiuto più
o meno esplicita che il ragazzo mette in atto per trovare soluzione a un problema
che sembra non avere soluzione.
In questa forma di comunicazione passato e presente si fondono: nuove persone,
relazioni, scenari, vengono investiti di tratti provenienti dal passato del
soggetto (una figura genitoriale carente, una relazione problematica infantile
si incarnano nelle relazioni attuali
).
Il futuro deviante "recita" sperando di giungere a una conclusione
diversa da quella fallimentare sperimentata nell'infanzia.
Nel caso specifico Delbert aveva bisogno di trovare sia figure di riferimento
più solide e stabili in grado di fornirgli una guida, qualcuno da emulare
positivamente, sia codici espressivi nuovi e appropriati (senza però
dover rinnegare tutti i valori del suo passato di cui si alimenta ancora il
suo io) e uno spazio cui applicarli per far emergere la sua nascente identità
sociale di giovane adolescente.
Così a 14 anni decide di andarsene di casa e lasciare la scuola (nonostante l'obbligo sia fino a 16 anni) perché, mi scriveva, "non potevo imparare la vita in una classe". D'altra parte, secondo quanto appreso da bambino, fra gli indiani a 14 anni si è già adulti, ma nella nuova realtà cittadina non c'è nessun tangibile rito d'iniziazione che lo dimostri.
La reazione del padre, che non ostacola la sua scelta di lasciare tutto, suona come disinteresse verso l'implicita richiesta di aiuto di Delbert: lasciare nelle mani di un quattordicenne la più totale libertà di decidere della propria vita può essere stato vissuto dal ragazzo come un disinteresse generale per la sua persona e la sua incolumità (ancora carenza di punti di riferimento). Come l'autoritarismo, anche l'eccessivo lassismo provoca i suoi danni: niente trasmissione di ideali, di valori guida, di impegno e progettazione del futuro.
E' nata in lui una frattura, un contrasto tra modelli infantili e modelli attuali. C'è un conflitto che Delbert deve riuscire e sanare: deve integrare le parti più arcaiche del suo sé (quelle legate al modus vivendi indiano) con quelle che stanno maturando alla luce di nuovi valori (quelli della società occidentale). Purtroppo D. si trova senza supporti per affrontare le spinte dinamiche al cambiamento: non ha modelli da seguire né tra le figure del suo passato né tra quelle del suo presente. Rischia di rimanere immobilizzato tra spinte narcisistiche regressive (volte a proteggere le tracce del narcisismo infantile) e spinte emancipative che lo porterebbero ad assumere un'identità più stabile e definita.
La trasgressione lo porta sul mondo della strada, dove incontra solo emarginati,
poveri, delinquenti, immagini di vita che gli riconfermano l'inadeguatezza
della società in cui vive, l'incapacità dello Stato nel prendersi
cura dei suoi figli. Non conosce amici né qualcuno cui fare affidamento:
ha solo se stesso, oltre tutto un se stesso instabile e zoppicante. Nelle
nuove condizioni, al contrario di quanto credeva, è ancora più
difficile farsi spazio: in quel mondo di strada non valgono le comuni regole
sociali, lo spazio lo si conquista solo con la violenza; unico modo per acquistare
un'immagine sociale dignitosa è quello di imporsi.
E così la conquista di strumenti per agire sulla realtà coincide
con la conquista di visibilità sociale attraverso il furto, la rapina,
l'infrazione della legge.
Ultimo appello all'istituzione
Dal momento in cui inizia la serie dei furti, Delbert rivolge
la sua inconscia richiesta d'aiuto non più ai genitori ma all'autorità,
in quanto depositaria dell'idealizzazione delle figure parentali. In virtù
della sua funzione di guida, l'istituzione dovrebbe fornire codici e direttive
adeguate tali da mettere il cittadino in condizione di agire costruttivamente
sulla realtà traendone benessere.
Ma dall'esperienza di D.nel corso degli anni questa funzione è stata
sempre disattesa.
La sequenza dei furti e la coazione a ripetere gli stessi atti devianti possono
essere letti in chiave comunicativa: sono anch'essi domande d'aiuto poste
a un interlocutore indefinito ma esistente (autorità), interlocutore
tenuto a rispondere, a colmare i vuoti creatisi negli anni e a fornire parametri
adeguati di lettura della realtà.
Ecco che il furto diviene sintomo, espressione di qualcosa per cui non si
trova soluzione. Più la situazione è problematica più
diventa necessario e compulsivo ripeterla.
Elusione della richiesta
d'aiuto
Quando D. viene arrestato per rapina gli basta pagare una cauzione per essere
di nuovo in libertà; non si presenterà mai a nessun processo,
iniziando la sua vita da "wanted", portando avanti con sempre maggior
determinazione la sua personale sfida contro l'autorità e la sua inadeguatezza.
Liquidando con il pagamento di una penale le sue richieste di aiuto (sotto
forma di furto) lo Stato ha fornito una risposta superficiale: la domanda
di D. è stata disattesa. A questo punto emerge una contraddizione di
fondo: se da un lato lo Stato non accoglie le sue richieste d'aiuto sottovalutandole
(basta pagare e sei fuori), dall'altro però lo marginalizza marchiandolo
con il timbro del ricercato (per quegli stessi errori che lo Stato non
ha preso in seria considerazione).
Essere etichettato come ricercato fa aumentare in Delbert la rabbia e non fa che confermare l'idea negativa che si era fatto su autorità e società in generale. Ma con la rabbia cresce anche il desiderio di rivalsa, di affermazione, in un mondo che sembra volergliela precludere.
Tutto questo alimenta il piacere della sfida: in ogni rapina, ora che è ricercato, trova un surplus di adrenalina e ogni volta che la fa franca il suo ego ne vien fuori accresciuto, guadagna in illusioni di onnipotenza.
Non avendo avuto a disposizione modelli autorevoli adeguati (o meglio avendoli contrastanti:ideali indiani vs occidentali), D. non è stato in grado probabilmente di interiorizzare in modo socialmente corretto la nozione di limite. Per lui il limite non può assolvere la funzione di guida (in quanto emanato da autorità incompetenti); esso è semplicemente una catena che frena la sua libertà, circoscrive le sue azioni. Valicarlo vuol dire essere più forti, onnipotenti, nell'illusorio tentativo di incidere sulla realtà e modificarla.
Anche le funzioni super-egoiche sono carenti, inadeguate perché nella
mente di Delbert non c'è autorità all'altezza di portare quel
nome.
La sfida, idealmente, dovrebbe essere una sorta di progetto
evolutivo, col quale chi la intraprende si prefigge un obiettivo da
superare che lo porterà a lavorare su se stesso e a migliorarsi. Ma
la sfida di Delbert non è una
sfida "onesta": è senza regole, è un tentativo
generico di scardinare l'autorità, non ha concorrenti concreti, non
implica alcun lavoro su di sé. Unico scopo è ottenere immagini
riflesse della sua onnipotenza infantile perduta. E questa onnipotenza non
è una chiave per l'emancipazione, ma per la regressione, è fare
passi indietro, è non avere aspirazioni future, è vivere solo
i fantasmi del passato.
La ricerca di riflessi d'onnipotenza probabilmente è la stessa che
lo porta a fare uso di droga: le droghe, con il loro illusorio potere di liberazione
dal mondo, garantiscono una soluzione immediata (e altrettanto effimera) ai
problemi: chi l'assume ne ricava un'idea
di crescita del sé, di maggiore controllo degli eventi, che in
realtà mascherano l'incapacità di confrontarsi con il mondo.
Anche la droga ha la sua alta dose di rischio: l'assunzione, se non è
letale, dà al soggetto un feedback di potere sugli eventi, sul mondo,
sul destino. (so maneggiare qualcosa di pericoloso e lo piego al mio volere).
Micro e macroscelte
In un susseguirsi di sfide sempre più ardite, in un incessante ricerca
di identità e stabilità, D. passa a crimini più audaci.
Una volta scelta la via del furto, la resistenza verso successivi si fa sempre
più debole, la spinta ad andare oltre è sempre più forte.
D. è ancora giovane, sa che sta superando un confine, ma non coglie
tutte le conseguenze sociali e morali delle sue scelte.
Contemporaneamente allo sviluppo di "competenze" a delinquere, i
possibili investimenti in attività alternative non delinquenziali si
riducono, così come la gamma delle scelte comportamentali disponibili
al di fuori della realtà del furto (l'unica ormai a costituire un punto
stabile di riferimento).
Si arriva al punto in cui una serie di microscelte
apparentemente di scarsa rilevanza porteranno il deviante in situazioni di
maggior impatto sociale e rischio, che potrà affrontare con una gamma
ristretta di comportamenti: si tratterà allora di macroscelte di vita,
sempre più definitive, sempre più irreversibili.
In questo concatenarsi di eventi D. procede sulla strada della devianza:
continua a rubare, fa uso di droghe, finchè un giorno durante una rapina
con un amico spara a 3 persone uccidendole. E' sotto l'effetto di stupefacenti.
Il verdetto è inequivocabile: lo aspetta la pena di morte. Ha 24 anni.
Il tempo:
nel carcere il tempo è sospeso, sospeso in attesa della morte,
sospeso in attesa di un atto di clemenza del Governatore. Il tempo è
un nemico da sconfiggere; il ripetersi delle azioni toglie personalità,
dignità, senso critico, svuota di contenuto la persona e i suoi atti;
tutto diviene automatizzato, scandito dai ritmi del carcere.
Lo spazio
è a sua volta vissuto come imposto e, per questo, estraneo.
E' regolato dalla modalità della detenzione dove tutto è sinonimo
di chiusura; chiusura non solo fisica, ma anche interiore. Allora com'è
possibile trovare quello spazio interno necessario ad amalgamare le parti
di sé contradditorie? A metabolizzare quanto è accaduto? A interiorizzare
il delitto commesso?
E come riuscire a recuperare uno spazio per esprimersi, quello spazio mancante,
originaria causa del disagio?
L'attesa è
l'altra grande nemica del detenuto: in carcere non ha controllo sugli eventi
né sulle relazioni. La vita è scandita dai ritmi dettati
da un'autorità estranea e lontana, le cui scelte rimangono fino all'ultimo
ignote per il detenuto. Quando e come vedere la famiglia è arbitrio
altrui
In questo clima ogni ritardo dell'evento atteso,ogni imprevisto anche minimo
è fonte di grande angoscia. Ancora di più in una struttura carceraria
come quella americana dove è prevista la pena di morte.
D. mi parlava delle estenuanti attese per i colloqui con gli avvocati, per
i ricorsi in appello, per le risposte del governatore
e ogni giorno poteva
essere l'ultimo.
"Come può qualcuno spiegare cosa significhi svegliarsi ogni mattina
e guardare in faccia la morte?"
Inibizione delle spinte
costruttive
La vita da internato implica l'impossibilità di impegnare energie costruttive
per trasformare il proprio ambiente. Le frequenti perquisizioni, vissute come
altrettante violenze, rendono impossibile percepire l'ambiente come "proprio".
D. mi raccontava di come non gli avessero permesso di tenere nemmeno le sue
foto, unico filo che lo legava al passato, oltre alla memoria.
Infantilizzazione
L'internato si trova nella condizione di non potersi prendere cura dei parenti
(D.aveva una moglie e tre figli), anzi regredisce alla posizione infantile
di chi deve essere accudito, di chi deve dipendere dagli altri in tutto (
soldi, vestiti
).Questa condizione viene percepita con ancora maggiore
forza nel sistema carcerario di Huntsville, dove è proibito ai parenti
portare qualsiasi cosa al detenuto ad eccezione dei soldi. Tutto ciò
che gli occorre (abiti, sapone, carta da lettera
) può essere
acquistato esclusivamente all'interno del carcere (innescando un giro di guadagni
non indifferente, e aumentando il senso di dipendenza).
Identità e dignità
La mancanza di spazi, risorse, mezzi, non può certo portare alla maturazione
del detenuto che in carcere non ha i mezzi per costruire quell'immagine di
sé stabile che gli manca. Egli non ha più un nome, è
solo un numero fra tanti, è anonimo. Viene spogliato, privato degli
affetti che ha, perquisito.
Quello che più temono i detenuti di Huntsville è finire nel
cimitero del carcere:"the ", così lo chiamano. Niente nomi,
cognomi o epitaffi: solo una croce di legno bianco con un numero, a indicare
il punto in cui giace un morto senza identità; l'unica cosa che rimane,
anche dopo la morte, è l'indelebile marchio del carcere, un numero
che non può riassumere una vita, un numero senza dignità, che
continua a ricordare l'errore commesso.
Per evitare quella fine D. mette accuratamente da parte i soldi che è
costretto a chiedere agli amici,"come un mendicante" mi diceva ,
per essere cremato. Piuttosto che finire al" "ha firmato per dare
il suo corpo alla scienza.
I familiari
Non solo il detenuto non può più instaurare un rapporto normale
con i suoi cari, ma la sua condizione di emarginato investe anche loro.
Dopo la morte del padre,che provvede a lui economicamente, la famiglia di
D. si disgrega ,non ha più notizie né dalla madre né
dai fratelli; sono semplicemente "scomparsi" ( aggravando la sua
situazione economica e non).
Per evitare a moglie e figli di dover vivere da emarginati e per dar loro
l'opportunità di ricostruirsi una vita migliore, con qualcuno di stabile
e solido, D.decide di divorziare dalla moglie, pur amandola ancora molto.
Il prezzo tuttavia sarà il totale isolamento affettivo.
Analizzando criticamente l'esperienza di D. possiamo giungere a svariate
riflessioni:
La società: sicuramente essa è un puzzle di cui tutti noi facciamo parte. Se da un lato siamo quindi costruttori, dall'altro siamo anche prodotto dell'ambiente in cui viviamo.Troppo spesso tuttavia la società non sa educare o, come nel caso di D., non sa integrare i suoi figli in uno spazio che appartiene loro e, nel momento in cui sbagliano, si scarica di ogni responsabilità, dimenticando o negando totalmente il parziale ruolo di vittima del carnefice.
Una volta che il danno è stato fatto non è più risarcibile, ma potrebbe essere alleviabile. Non intendo certo dire che il deviante possa rimanere impunito! Ma ancora una volta la società non mette il colpevole in condizioni di poter riparare, lo emargina, lo riconosce altro da sé (mentre ne è parte), non gli permette di riscattarsi un poco agli occhi delle vittime.
Lo Stato: paragonabile a un grande padre che dovrebbe garantire a ogni suo figlio lavoro, assistenza, giustizia sociale Alla luce dei fatti tuttavia risulta spesso un padre fallimentare e inaffidabile: riesce solo ad applicare la sua funzione coercitiva senza farla seguire da quella di guida e recupero; si ferma alla misurazione della trasgressione, a cercare un equilibrio tra pena e danno, equilibrio effimero perché, ricorrendo esclusivamente alla detenzione, non potrà né alleviare il dolore di Abele, né recuperare e riabilitare Caino.
Nel caso di quei paesi che applicano la pena di morte, poi, la contraddizione interna alla figura dello Stato-padre è ancora più evidente: punisce la violenza con la stessa moneta, legalizzando l'omicidio sotto forma di pena di morte, con tanto di pubblico: una via per soddisfare l'immediata sete di vendetta della vittima, come se un altro omicidio bastasse a ristabilire equilibri compromessi.
La pena: delle
sue molteplici funzioni (punitiva, di recupero, di reinserimento, deterrente
)
finisce per esercitare solo quella punitiva; tanto più in Texas dove
una seconda possibilità è esplicitamente negata: il deviante
sa che prima o poi morirà, senza avere avuto la possibilità
di riscattarsi, di mettere a frutto di altri le sue esperienze, nel bene e
nel male. E' una pena che rappresenta soprattutto il principio individuale
della vendetta (assolutamente comprensibile nella vittima), che però
non permetterà mai l'incontro tre vittima e carnefice, aumentando la
voragine fra società e detenuti.
E' una pena calcolata in anni, come la vita dell'uomo, forse in alcuni casi
un periodo eccessivamente lungo per permettere una volta usciti ( se) di rifarsi
una vita.
Delbert entra in carcere a 24 anni; dopo 15, a 39, viene giustiziato.
La vittima:
comprensibile e naturale l'odio, il rancore, il desiderio di vendetta verso
chi ha procurato tanto dolore. Ma chiudersi in se stessi non serve, vorrebbe
dire riprodurre ogni giorno lo stesso lutto senza via d'uscita.
E' anche vero che lo Stato non offre al cittadino alcuno spazio istituzionale
per elaborare e metabolizzare il trauma subito. Non disponendo di strumenti
adeguati per una rivisitazione del delitto in chiave emancipativa, lo Stato
non fa che fomentare il desiderio di vendetta, che a sua volta limita nelle
vittime il desiderio di capire cosa c'è realmente alla base del reato.
La frattura fra società e carcerato è a questo punto quasi insanabile.
Lo psicologo penitenziario: la sua figura, introdotta nel carcere dal 1975 ha ancor oggi una funzione poco definita, con un compito di "osservazione e trattamento" non ben identificato: dovrebbe delineare il quadro personologico del carcerato e individuare quegli interventi utili a fargli sviluppare comportamenti sociali più sintonici. Ma il colloquio non si dimostra mai semplice sia per il contesto in cui si svolge (cella spesso priva di oggetti più banali come le sedie), sia per le modalità di dialogo che s'instaurano tra la figura del deviante e quella dello psicologo:
Gruppi di dialogo
Probabilmente la soluzione migliore per riabilitare il deviante da un lato
e ridurre il gap fra detenuto e società dall'altro è quella
di riuscire a creare le premesse per un costruttivo confronto
vittima-carnefice, come è avvenuto all'interno del gruppo della
trasgressione.
In questo modo si stimola la società esterna a non espellere le contraddizioni
alla base dell'atto criminale e che affondano le radici nel contesto sociale
stesso.
Le vittime possono trovare uno spazio per elaborare i vissuti di un lutto,
possono cercare di capire. D'altro canto il detenuto potrebbe analizzare criticamente
ciò che l'ha spinto ad andare fuori strada per "accettare"
la pena senza farsi annullare e integrare quella parte "oscura"
di sé per trovare una nuova e più positiva identità.
Ovviamente in uno statuto che prevede la pena di morte questo confronto positivo
è inesistente. L'unico contatto vittima-carnefice avverrà il
giorno dell'esecuzione della pena capitale quando la vittima originaria diverrà
spettatrice di un nuovo omicidio.
Venendo meno la possibilità di riscattarsi, il deviante non ha possibilità
di accostarsi a un perdono costruttivo: senza confronto con la vittima il
carnefice non si troverà costretto a riparare l'equilibrio rotto cercando
dentro di sé. Se proprio ci sarà traccia di pentimento tutto
si risolverà con un'azione unilaterale di penitenza rivolta a un'entità
superiore che lo libererà dalla responsabilità del suo atto.
"Ci saranno sempre persone
fuori che festeggeranno la mia morte come qualcosa che avrebbero potuto
fare ma non sono mai riusciti a portare a termine. Ho preso delle vite
umane e per questo risponderò di fronte al mio Dio.Tutte le mie
scuse sono volte a lui per aver preso qualcosa che lui ha creato. E' un
sentimento con cui ho dovuto convivere per 15 anni". |
Cosa avrebbe potuto fare Delbert di diverso? Senza un confronto con le vittime
l'unico modo per sgravare la coscienza da un tale peso è chiedere scusa
a Dio. Ma questo non porta né a un superamento dell'azione commessa,
né a una sua elaborazione che permetta di sfruttare in modo costruttivo
gli errori commessi.
Evadere con l'arte
Abbandonato dalla famiglia, perse le tracce di moglie e figli, in una società
che lo emargina e lo fa sentire altro da sé, Delbert pùò
contare solo sulla fantasia, la memoria e le poesie.
In particolare scrivere è la sua via di fuga personale per combattere
il tempo stagnante della prigione. Nella poesia come in una rappresentazione,
troviamo la riproduzione di battaglie e conflitti da cui, tramite la narrazione,
si pùò prendere un certo distacco. Non potendo esprimere liberamente
i conflitti all'interno dello spazio carcerario, la rappresentazione consente
di ripercorrere le scissioni del suo io (buono vs cattivo) e della società
e di costruire un ponte per ricomporle.