Non so se quello che scrivo sarà esattamente quello che
vorrei esprimere, anche perché è proprio un mio malessere non
riuscire sempre a esprimere in parole tutto quello che mi bolle dentro. Non
possiedo il dono della parola come il dott. Aparo e non sono detentore della
verità come ha giustamente detto il mio compagno Marcelo.
Gli argomenti sono così tanti e complessi che a volte mi ritrovo con
una tremenda emicrania, tanto mi viene difficile mettere al giusto posto tasselli
come società, stato, pena, vittima e carnefice, pentiti e lavoro.
Argomenti che non si possono prendere alla leggera e tanto meno limitare al loro primo significato.
Società
Mille volte ne abbiamo parlato, addirittura sono arrivato ad una aspra
polemica con un mio compagno, io non considero la società come una
cosa che non mi appartiene, io mi sento parte della stessa, magari la parte
più oscura, ma sempre parte, e non posso neanche concepirla come se
ci fossimo solo io e lei, noi tutti siamo la società, tutti parte di
uno stesso mosaico che più si cerca di pulirlo e più emergono
macchie, perché ogni singolo individuo fa parte di questa società
e anche se siamo ognuno un microcosmo.
Nell'arco della nostra vita passiamo dal bene al male in continuazione, siamo
come piccole galassie, e tutti insieme facciamo l'universo; se per ignoranza,
egoismo, mancanza di voglia di ascoltare, di capire e di confrontarsi con
la dovuta serenità e comprensione, se preferiamo mettere la testa sotto
terra come gli struzzi, se preferiamo camminare con i paraocchi e toglierli
solo quando vediamo che l'erba del nostro vicino è più verde
per poterlo battere a nostro vantaggio, e all'occorrenza rimetterli quando
il prato è solo un pantano di fango, allora le galassie finiscono per
scontrarsi, il mosaico si sgretola, l'uomo muore e la società rimane
una stupida utopia.
Stato
E qui inviterei i presenti a prendere il dizionario per farsi un bel rompicapo
con le moltissime stravaganze di questa parola.
Ma prendiamola come la concepisco io, oggi alla luce degli eventi. Stato,
questo grande padre che dovrebbe garantire ad ogni suo figlio (e cugino straniero)
il lavoro, la salute, la giustizia sociale e via dicendo, ebbene come dicevo
alla luce della realtà, un padre fallimentare, pieno di sé,
del suo egoismo e ipocrisia, capace di premiare solo se stesso (politici),
garantire e chiudere i suoi occhi davanti ai potenti ed ai suoi simili, punire
i più deboli e alimentare le emergenze per scatenare solo guerre tra
i popoli anzi, guerre tra i poveri (cittadini ed extra comunitari), e scatenare
la sua violenza la sua ipocrisia con leggi sempre più dure, con il
carcere, come se questo fosse un grande bidone che ricicla in continuazione
in mal modo, perché non ricicla con il recupero ma solo con utopia
e ipocrisia senza rendersi conto che quello che butta nel bidone non sono
materie senza anima e storia ma uomini.
Io torno a dire che non sono detentore della verità ma punto il dito
verso di te, Stato, e ti accuso di genocidio verso i tuoi figli.
La pena, il castigo di questo padre
Mille volte mi sono posto la domanda qual è la pena giusta, se mai
uno può immaginarla come atto di giustizia, quale pena è adatta
a essere giusta, e non solo vendetta, anche verso il delitto più efferato,
penso a me, a dove sono arrivato, alle cose che ho perso e a quelle che non
ho guadagnato, ma trovato per maturare, per capire, non posso negare che a
modo mio mi sento un eletto rispetto alle migliaia di fratelli e compagni
rinchiusi a marcire nel loro rancore, a vivere anzi a sopravvivere con un
solo alimento, l'odio, che presto o tardi continuerà a colpire come
un boomerang questo padre degenerato che si vanta di punire per recuperare
ma poi punisce e si lava le mani come Ponzio Pilato, non solo del sangue del
carnefice ma anche di quello della vittima, perché il carnefice è
destinato a tornare, come un leone ferito è perciò più
pericoloso, convinto di punire il padre per il male ricevuto, ma in realtà
solo a far del male a suo fratello e/o a se stesso, e questo il padre lo sa,
e se ne frega.
Certo qualcuno potrebbe dirmi che io sono fortunato perché una parte
di questo padre è venuto in mio aiuto tramite gli operatori penitenziari
che mi hanno aiutato a capire e ad avere fiducia, ma io rispondo che nel mio
piccolo girovagare per le pattumiere di questo padre ho trovato delle persone
che prima di essere dei semplici carcerieri sono uomini disposti ad ascoltare
me ed io disposto ad ascoltare, capire e confrontarmi. Non è una semplice
leccata ma è la pura realtà, certo gran merito lo devo a me
che non ho permesso al mostro che è nascosto dentro ad ognuno di prendere
il sopravvento sull'uomo che c'è in ognuno, all'amore di mio figlio
che con una semplice parola ha aperto i miei occhi, il mio cuore e la mia
voglia di recupero, di riscatto per me, per lui e per tutti.
La vittima
Mai ho provato, negli anni che furono a calarmi nei loro panni
per capire il loro dolore, mi sentivo un superuomo, come se il mondo fosse
nelle mie mani, poi sono sceso nel girone dell'inferno a toccare con mano
il dolore, per aprire gli occhi e sentire anche quello del mio fratello, non
solo dei miei compagni di viaggio ma di coloro che sono oltre queste mura,
che, anche se urlano a gran voce che vogliono la pena di morte, o per lo meno
che buttino via le chiavi
io li capisco. Ma più che il
loro odio, capisco la loro cecità, quella cecità che il padre
gli inculca.
Grazie al cielo sono in molti a non farsi infinocchiare, e pur colpiti da
un grande dolore come il sig. Paolucci, sono disposti
ad confrontarsi per cercare di risolvere i problemi o almeno di salvare il
salvabile, come se Abele tornasse a salvare Caino, perché come diceva
il sig. Paolucci, siamo tutti parte di un mosaico, se uccido Caino e basta,
senza fargli capire il male che ha commesso, non solo a suo fratello ma anche
a se stesso, uccido me stesso e alla fine il mosaico crolla e travolge tutti.
Il carnefice
Dall'alto della sua arroganza, forza e prepotenza, vive nella cecità
e nella superbia, a meno che un carnefice più forte di lui, o di una
vittima esasperata, non gli dia un colpo in testa, e allora a questo punto,
a meno di una vita oltre la vita, non potrà meditare e capire i motivi
che lo hanno portato a diventare quello che è. Se viene a trovarsi
anche lui dentro ad una pattumiera, tutto ad un tratto si sente vittima e
se dentro la sua cocuzza o anima, riesce a fare emergere la parte buona che
è in lui, forse in quel momento riuscirà a capire e comprendere
il dolore del suo fratello, ad analizzare la sua storia e a cercare di rimettere
in piedi il mosaico andando alla ricerca di Abele, per parlargli, spiegargli,
confrontarsi: in fondo vuole anche lui la possibilità che ogni essere
umano fin dall'inizio chiede alla vita, una seconda possibilità. Molti
non ci riescono perché preferiscono continuare a fare i Caino per semplice
orgoglio, e alla fine, davanti agli occhi di tutti soccombono nel loro odio.
Poi ci sono quelli che, avendo capito, hanno una grande voglia di riscatto solo che quando escono dal carcere non trovano Abele ma l'eredità che quel padre gli ha lasciato addosso, segnati come lebbrosi da scartare. E tutto ad un tratto, dopo essere rimasti su un binario morto, costretti per la cecità di Abele e dall'arroganza del padre a riprendere il vecchio binario, hanno due sole possibilità: tornare ad un binario morto o finire fracassati senza prova d'appello perché muoiono dimenticati dal fratello, cancellati dal padre. Ma alla fine qualcuno riuscirà ad incanalarsi su un buon binario e piano piano prenderà velocità.
Quando penso a queste cose mi viene in mente la canzone di Morandi,
"uno su mille c'e la fa", bella canzone, ma la realtà è
solo triste e dolorosa come la sconfitta di Caino ed Abele, tutti e due muoiono
ed il padre padrone vince, perché tutto rimane com'è , era dalla
notte dei tempi, possiamo accettare che le cose continuino cosi all'alba del
terzo millennio? Spero di no.
Pentimento
Chiarisco che condivido in pieno il pensiero di Claudio, espresso Sabato,
io posso pentirmi di avere buttato una parte della mia vita e accettare il
castigo nella speranza di potermi riscattare, e allora Abele, fratello mio
ti chiedo di ascoltarmi, di vedere il mio cammino e alla fine riprendermi
come figliol prodigo. Dico cosi perché solo te posso trovare, perché
nostro padre vuole il mio pentimento in modo diverso, se vengo a casa tua
e rubo per mangiare, sono un delinquente incallito, se invece vengo a casa
tua e violento la tua donna, sciolgo nell'acido tuo figlio, ammazzo i tuoi
amici, quando il cerchio si chiude io dico al padre che sono pentito, e gli
metto sul piatto dieci, cento, trecento fratelli, non importa che siano Caino
o Abele, io mi salvo sul loro sangue e il padre mi perdonerà perché
riparo i suoi errori, e tu fratello che sei chiuso nel tuo egoismo, cecità,
infinocchiato dal padre, pensi che giustizia sia fatta, ma tu non vedi, non
ascolti, non pensi, tu vuoi che il padre ti garantisca che tu sei al sicuro
nel tuo spazio, tanto queste succedono agli altri, ma stai attento, perché
senza rendertene conto, il padre mi ha dato la possibilità di fare
quello che voglio, e tutto a mio vantaggio, in un colpo solo, senza che ve
ne rendiate conto vi posso infinocchiare, te e il padre.
Se questo non accade è perché la mia dignità,
la mia fede e credo religioso, mi impongono di pagare con la pena i torti
fatti, ma tu Abele, fratello mio, apri gli occhi e la mente, e per una volta,
pensa , guarda, rifletti.
Lavoro
Poi, per ultimo, ma non per questo meno importante,.il lavoro
Il padre dice che il lavoro è un diritto di tutti i suoi figli, anche
dei Caino come me, perché dovrebbe essere alla base del nostro recupero
sociale, ma nella realtà ci tratta come piccioni ai quali dare le briciole,
dentro la sua pattumiera ci sono solo lavori che io chiamerei da sottosviluppo,
per pochissimi eletti, certo io dico meno male che almeno c'è questo,
altrimenti nella situazione nella quale mi trovo sarei morto di fame. Come
capita a tanti miei fratelli chiusi tutto il giorno che sopravvivono solo
grazie all'aiuto che i più fortunati gli danno.
Poi ci sono i cosiddetti corsi di formazione, che per questa civiltà
del consumo non servono a niente, perché se dopo anni riesci a imparare
un mestiere, quando esci fuori, hai sempre quel marchio che il padre ti ha
lasciato in eredità.
Tu fratello mio, mi chiudi la porta in faccia, non mi vuoi dare una seconda possibilità, non vuoi vedere se io sono un uomo nuovo, qual è la mia storia, ti basta leggere che sono un pregiudicato, che sono stato un detenuto, non importa se ho un mestiere, non importa se dopo anni di dolore, solitudine, lacrime amare, sofferenze fisiche e morali inimmaginabili per qualsiasi mente umana, non importa se ho preso una laurea, se ho cosi tanta voglia di riscattarmi, che sicuramente sarei più bravo di uno che pregiudicato non è, tu Abele, fratello mio, per quanto io ti cerchi, non vuoi sentirmi.
A questo punto ti chiedo fratello, chi è Caino, e chi Abele?
Pensa
!