da La Repubblica 9-2-1998
Il dottor Angelo Aparo - da 18 anni psicologo a SanVittore- mi ha dato appuntamento
all'ingresso del carcere. Arrivo in piazza Filangieri e assisto a questa scena:
due magrebini si avvicinano al piantone e gli porgono un pezzo di carta su
cui è scritto a stampatello: Desideriamo conferire con X Y. Il giovane
meridionale legge e dice molto gentilmente che se X Y è in attesa di
giudizio, per conferire con lui bisogna fare questo e se invece è già
stato giudicato bisogna fare quest'altro. Loro restano immobili, muti. In
quel momento arriva Aparo in bicicletta e li affronta domandando: Parlate
italiano? No dice il più alto. E lui: Da quanti anni sei a Milano?
Da tre risponde quello. E ancora non parli italiano? Questo è male!
Fammi vedere i fogli che hai in mano. Quello gli passa gli attestati dell'identità
sua e dell'amico. State qui, dice lo psicologo. Entra nell'androne
del carcere, svolta a destra verso gli uffici, spinge la porta del vicedirettore,
una donna molto disponibile che subito trova la pratica di X Y, e dice che
é stato giudicato e trasferito nel carcere di Opera. Diamo la notizia
ai magrebini e passiamo al bar per l'intervista.
Di fronte a un crimime impressionante, I'opinione pubblica insorge chiedendo
pene durissime. Passano pochi giorni e si ha l'impressione che non gliene
importi più niente.
" Quando sai di
un delitto, ti viene un gran desiderio di uccidere il mostro. Dopo che
lo hai espresso, la tua mente passa ad altro e ritorna a riflettere sul
delitto solo se è stimolata. Diciamo che è più facile
attivare l'aggressività del pubblico che destare la sua curiosità
sui problemi da risolvere".
E' più facile fare un film sulla fuga da Alcatraz che non fare La
vita è bella. Ma perché si guardano tanti film sui carcerati?
" Per molti motivi, ma soprattutto perché, guardando quei film,
ci liberiamo delle emozioni che proviamo quando ci dicono che un bambino
è stato stuprato. In genere sono film americani, mostrano prigioni
diverse dalle nostre, con le mense in cui i detenuti mangiano tutti insieme
e fanno cose turche. Da noi si mangia in cella e a San Vittore non ci sono
accoltellamenti da più di 10 anni. La cattiveria delle carceri italiane
di solito è più complessa di quella americana, è la
cattiveria degli spazi dei ritmi di vita, la cattiveria che rende passivi.
E poiché la pulsione a trasformare il mondo che ci circonda è
una delle più profonde dell'uomo, in carcere si è indotti
a regredire invece che a crescere".
La nostra Costituzione dice che la pena ha un fine di riabilitazione.
" Nel luogo che lo Stato destina al recupero, cioè alla crescita
delle persone, il detenuto è privato di tutto ciò che serve
per crescere. Qui sta la cattiveria del carcere, non nell'agente di custodia.
Nemmeno i giudici sono cattivi, ma mancano di una preparazione psicologica
e questo limita la loro capacità di comunicazione soprattutto con
gli autori dei reati che si spiegano solo con la malattia. La giustizia
crede di potere decidere se, al momento del reato, uno era in
grado di intendere e di volere oppure no. Ma la psiche non è
tanto semplice".
E i detenuti come vivono la pena?
"Per la gran parte - più dell'85 per cento, direi -sentono che
nei loro confronti viene commessa qualche ingiustizia: e lo dicono. Quasi
tutti si lamentano del modo in cui sono stati trattati dal tribunale, in
misura minore per le condizioni di vita in carcere e meno ancora per il
trattamento subito dalle forze di polizia".
C'è chi si dichiara innocente?
"Sono pochissimi a farlo e magari sono innocenti davvero. Di norma,
chi parla con me non può ignorare le sue responsabilità. E
il detenuto guarda a se stesso con il metro usato dal giudice, contesta
il peso della sua pena dicendo che il suo reato non è stato definito
in modo giusto. Dicono: io dovevo essere condannato solo per scippo; la
vecchietta è caduta e si è spaccata la testa per i fatti suoi,
non perché io le ho strappato la borsetta".
Il detenuto riconosce di avere infranto la legge. Che senso dà alla
pena?
"La considera un prezzo da pagare, e gli pare eccessivo. A un altro
livello di consapevolezza, però, forse prova pure il senso confuso
di avere il diritto a infrangere le regole. Lo sente, ma non lo sa dire.
Un ladro dirà che ha rubato perché voleva la Porsche oppure
perché non aveva come dare da mangiare ai suoi figli. La differenza
è messa negli obiettivi, non nelle cause profonde del gesto".
Non dicono che hanno rubato perché da piccoli sono stati trascurati?
"Nessuno cerca le premesse del proprio gesto nel passato se non, vagamente,
indicando quelle che lo hanno portato a una certa condizione economico-sociale.
Naturalmente questo discorso vale per i delinquenti comuni, i più
numerosi anche se la tipologia dei carcerati è cambiata per la diffusione
della droga, per l'immigrazione e poi per Tangentopoli. E' chiaro che per
il drogato, il mafioso, il marocchino senza documenti o Cusani i discorsi
sarebbero diversi".
Lei condivide l'idea dei detenuti, che la pena sia un prezzo da pagare?
"E' difficile parlare di queste cose, quando si lavora in un carcere.
Io ho un forte senso dello Stato, mi piace pensare ai modi in cui uno Stato
ideale dovrebbe sanare le ferite aperte dai reati. Ma conosco il carcere
riconosco lo iato tra l'ideale e la realtà e nel mio lavoro a San
Vittore ne porto il peso".
San Vittore le impedisce di pensare alla pena come riabilitazione?
"Non è che non lo penso. E' che davanti a ogni detenuto, sento
il peso della contraddizione tra l'ideale sulla carta e la realtà
dentro le mura. Tutti gli operatori carcerari idealmente sono strumenti
del recupero. E quando il detenuto accusa lo Stato e la legge di avergli
fatto ingiustizia, si sentono imbarazzati perché da un lato sanno
di fare parte dell'istituzione, e dall'altro sanno come funzionano i cessi".
E a livello più profondo, come si delinea il suo rapporto coi detenuti?
"A San Vittore, quando una persona mi dice che lo Stato non lo mette
in condizione di vivere, come psicologo io capisco che mi sta domandando
di aiutarlo a recuperare la credibilità del padre con cui si sente
in conflitto. Quando gli rispondo, da
un lato voglio sostenere la credibilità del padre, ma dall'altro
non voglio tradire il senso della giustizia. Quindi devo vivere la fatica
del compromesso".
Vediamo se ho capito. E' come quando un marito si comporta male, se
ne va di casa e la moglie da un lato si sente in dovere di giustificarlo
davanti al figli per mantenere un legame tra loro, ma dall'altro non vuole
dire ai bambini che il picchiarli, o lo scappare di casa, sono cose giuste.
"Questa situazione rende difficile pensare alla riabilitazione. E i
detenuti dicono: "Sto pagando", non dicono: "Miglioro"
. Quando si è in carcere non viene in mente che lo Stato pensi alla
riabilitazione. L'istituzione è
vista come un genitore maligno per cui merita le cose cattive che gli
vengono fatte".
La detenzione porta a giustificare i reati?
"Le dirò il modo in cui io leggo i reati. La persona delinque
perché non ha altre risorse, non ha altro spazio, e anche per comunicare
i propri bisogni. Li comunica in modo distorto, un codice che le istituzioni
non sanno decifrare".
Ora lei parla da psicoanalista.
"Uno dice al giudice che ha rubato perché gli serviva la Porsche,
ma sul sfondo della sua mente c'è una figura immaginaria a cui -
rubando -ha comunicato
un bisogno che non sapeva soddisfare altrimenti. Quando quest'uomo viene
condannato, ma soprattutto, quando le sue domande vengono disattese,
suoi interlocutori immaginari si impastano con le figure dei giudici,
dei carcerieri. Così nel profondo trova avallata la pertinenza
della sua trasgressione.