Mirna Benigni
Possiamo distinguere una
psicologia normale da una psicologia deviante?
Cosa può spingere a commettere un atto criminale?
L'esistenza di una psicologia
deviante è stata mitizzata verso la fine dell'800 con lo svilupparsi
delle teorie di Lombroso.
Egli sosteneva che l'uomo criminale era riconoscibile poiché diverso
da quello "normale": i segni criminali individuati erano i tatuaggi,
un'elevata soglia per le esperienze dolorifiche, il naso tribolato, i cervelli
più piccoli
Riteneva inoltre che già nei bambini erano presenti i germi della criminalità
e dell'assoluta ineducabilità degli individui "nati delinquenti".
La società andava quindi difesa dalle azioni, anche potenziali, di tale
individuo: egli era favorevole alla pena capitale o all'isolamento precoce dei
casi meno pericolosi.
Vi sono molti dubbi sull'esistenza del deviante in sé, mentre è molto più utile chiedersi se esistano invece una somma di condizioni che favoriscano le dinamiche del gesto deviante.
Ovviamente sarebbe limitativo
considerare separatamente cause interne e cause esterne
infatti non esiste
una realtà che non passi attraverso la mente dell'uomo.
Bisogna considerare un'interazione tra il piano della realtà e l'elaborazione
soggettiva che ne viene fatta.
Ciò che ne risulta non è la contrapposizione tra ciò che
è innato e ciò che viene appreso, ma un'interpretazione di come,
di volta in volta, si produca nel soggetto una peculiare elaborazione interna
di determinate situazioni esterne.
Il gesto deviante può
essere considerato come una comunicazione che l'attore intrattiene con sé
stesso, con il mondo esterno, con il suo passato ed il suo presente.
La relazione fra passato e presente fa sì che gli interlocutori del mondo
esterno (vittime, figure istituzionali
) vengano investite dal soggetto
con determinati tratti.
Le vittime vengono caricate da parte del soggetto di una serie di proiezioni,
immagini che provengono dal suo passato; ovviamente, l'immagine di tali interlocutori
viene anche composta sulla base dei loro stessi comportamenti e dell'ultima
interpretazione che il deviante ne darà.
Winnicott sostiene che i piccoli gesti fatti dal bambino contro l'altro siano una forma di comunicazione: il gesto del bambino che "ruba" i soldi dal comodino del genitore è interpretabile come la richiesta ai genitori di rivolgergli maggiore attenzione.
E' un modo semplice di azione-reazione: per compensare una mancanza mi approprio di qualcosa! Il bambino che ruba un oggetto non cerca l'oggetto che sta rubando, ma invece cerca qualcosa di cui è stato privato e che egli sentiva suo di diritto.
La privazione viene determinata
dalla perdita di qualcosa che è stato positivo nell'esperienza del bambino
fino ad una certa epoca e che poi è venuto a mancare.
Nel caso dei bambini è fondamentale che essi si sentano rassicurati dai
genitori; se però sorgono dei dubbi su questo, per il bambino tutto apparirà
come l'ennesima conferma della sua poca importanza.
Qualsiasi gesto criminale ha un suo prototipo nel comportamento del bambino:
entrambi sono delle comunicazioni.
Quando sorge un problema
ogni soggetto, a livello individuale, cerca di risolverlo adottando un determinato
schema di comportamento: però è necessario considerare che i comportamenti
possibili sono diversi e, ad ognuno di essi, corrisponderà una diversa
risposta.
Fondamentale in questa situazione è considerare come si stratificano
le diverse esperienze di frustrazione e le risposte dell'ambiente.
Non si ripetono solo le relazioni, infatti ritornano anche le circostanze che
ci hanno fatto soffrire: c'è un tentativo illusorio di poter incidere
sulla realtà e poter modificare la dolorosa esperienza passata.
Si tende a ripetere il modello di relazione che ha determinato il trauma e la
situazione da cui l'evoluzione personale ha proseguito con una certa fatica,
ovvero situazioni che hanno costituito un ostacolo per la relazione con sé
e con il mondo esterno.
Vi è la tendenza
a ripetere soprattutto traumi e relazioni che producono un ostacolo nel proseguimento
della propria evoluzione: l'ostacolo è tanto più forte quanto
più potente e precoce è stato il trauma.
Si torna indietro nel tentativo che il trauma venga superato, ma tutto ciò
viene fatto, condizionati dall'esperienza vissuta e quindi tendenzialmente si
finisce con il ripetere quello che è già accaduto in passato.
Nel momento in cui nella realtà si producono effetti concreti, il soggetto
non si trova più soltanto a fare i conti con un modello di relazione
ma anche con una realtà effettivamente modificata.
La persona che commette
un furto sta dicendo a sé stesso ed agli altri che gli è stato
tolto qualcosa e che ora intende riappropriarsene.
Inoltre cercherà una nuova relazione con la persona che lo ha privato
in passato: nel presente egli cerca una persona in carne ed ossa
che somigli
a chi lo aveva privato antecedentemente.
Tutte queste operazioni sono finalizzate a superare il trauma, anche se il rapporto
con una persona che assomiglia a quella del passato potrà riprodurre
la situazione traumatica.
Ad esempio:
un soggetto con la tendenza a proiettare la figura di un padre severo e punitivo
tenderà a scontrarsi con una autorità. Nello scontro si potrà
trovare di fronte ad una figura propensa a reagire che andrà a riproporre
l'autoritarismo del padre, oppure di fronte ad una figura che non risponde in
maniera punitiva e ciò potrà portare alla modificazione della
relazione passata).
Di fronte ad una risposta accuditiva il soggetto può risanare una situazione moderatamente problematica, ma se il malessere è troppo alto, la risposta accuditiva può non bastare; in questo caso il soggetto continuerà a scontrarsi con le figure esterne finché non arriverà al carcere.
Invece le relazioni buone
(infantili) si ripetono ad un altro livello perché consentono di incorporare
elementi positivi che permetteranno al soggetto di articolare la somma delle
istanze che caratterizzano la persona in modo duttile
comunque la persona
tende a ripetere i modelli conosciuti.
Si tende a ripetere anche le relazioni buone: esse consentono alla persona un
maggior grado di libertà rispetto alle situazioni che si incontreranno
nella vita reale (quanto meglio le cose funzionano tanto maggiore sarà
la possibilità di rispondere ai problemi della realtà in modo
soddisfacente).
Winnicott parla di una madre
sufficientemente buona e devota verso un neonato impotente, che può solo
giovarsi del fatto che la madre funga da mediatrice tra il bimbo e la realtà
per la sua sopravvivenza.
Il bambino infatti si ritrova ad avere tutti i suoi bisogni risolti senza che
lui se ne renda conto - la madre illude il bimbo di essere onnipotente.
Quando il grado di consapevolezza del bambino aumenta lui sente che i suoi problemi
si risolvono non perché lui agisce sulla realtà ma per incanto,
in maniera onnipotente.
Egli propone che per ogni età ci sono diversi strumenti e bagagli per
affrontare la vita, e che per il neonato "quello migliore è l'onnipotenza".
Il bambino è radicalmente impotente e l'unica cosa in cui può
confidare è che qualcuno gli risolva i problemi: l'unico strumento per
affrontare la realtà è quindi l'illusione di onnipotenza.
Winnicott sostiene che vi è un tempo per l'onnipotenza ed uno per la potenza, un tempo in cui ci si deve rapportare con la realtà attraverso l'illusione ed un altro in cui ci si deve rapportare con la disillusione (sia per lo stato psichico del soggetto che riconosce i propri limiti, sia per indicare l'azione di chi disillude).
La madre inizialmente illude il bambino, facendogli sentire una forma di onnipotenza
e successivamente lo disillude, operazione svolta per fargli maturare il riconoscimento
dei propri limiti.
Questa dialettica sta alla base del comportamento ottimale della madre, che
Winnicott definisce "sufficientemente buona" (questo accudimento viene
visto dal bambino non come una sua impotenza bensì come un suo essere
potente sulla madre).
Nel corso del 1° mese di vita tutti i bisogni del bambino sono di tipo fisiologico;
con la maturazione anche i suoi bisogni aumentano e diventano più complessi.
Col passare dei mesi, è
il bambino stesso che, grazie al fatto che i suoi bisogni aumentano, rende la
madre impossibilitata ad esaudirli tutti sempre e con prontezza. E' proprio
in questo periodo che la madre comincia a "disilluderlo" e ad uscire
dalla condizione simbiotica di cellula duale (nella quale la madre ed il bambino
vivono come se fossero due nuclei della stessa cellula).
Il criminale con il suo
crimine pone una domanda all'istituzione (fare = dire qualcosa); la domanda
riguarda la propria collocazione nel mondo ed il rapporto che il soggetto ha
con se stesso e con le figure di riferimento.
L'esperto viene introdotto nel campo penitenziale nel 1975 con la legge n.354;
essa prevede che l'esperto lavori insieme ad altri operatori:
La sua funzione è
finalizzata ad avere un dialogo efficace con il detenuto; questo dialogo risulta
più efficace quando è in grado di favorire nel soggetto una visione
critica del proprio comportamento.
Lo psicologo fa in modo che il detenuto utilizzi il suo tempo per crescere,
guardare criticamente verso di sé, facendo sì che le competenze
possedute dal soggetto vengano investite bene e che gli anni vissuti in carcere
possano essere utili alla persona, come un'esperienza in grado di favorirne
l'evoluzione.
La relazione fra psicologo e detenuto è però viziata dalla tendenza
del soggetto a:
Solitamente il paziente
si rivolge allo psicologo per conoscere e poter superare i propri conflitti;
in carcere invece è molto difficile che il rapporto risponda a questo
obiettivo.
La relazione tra il detenuto e lo psicologo inizia quando il detenuto viene
posto in osservazione da un équipe di persone che poi ne faranno una
relazione al giudice: più che una situazione di conoscenza si tratta
di una situazione d'esame in cui si stabilirà se il detenuto possa uscire
dall'istituzione carceraria.
In tale situazione, il detenuto ha tutto l'interesse di comunicare con lo psicologo,
ma il suo maggior desiderio non sarà quello di superare i nodi di ostacolo
all'espressione delle sue risorse
ma quello di superare le sbarre.
Quindi accanto alle normali componenti regressive, si aggiungono componenti
derivanti dal fatto che lui si sente ostaggio: si sente così prigioniero
delle sbarre che tende a trascurare gli altri elementi - appartenenti al suo
mondo interno - che lo tengono rinchiuso. Le Sbarre, oltre ad essere una concreta
realtà che lo limita, sono anche per lui la proiezione materializzata
della sua incapacità di liberarsi.
Il carcere accentua gli
aspetti problematici della persona; infatti spinge la persona ad un enorme sentimento
di frustrazione alla quale si può rispondere in due modi:
Solitamente la persona che finisce in carcere non ha le premesse per trovare facilmente un modo per esprimersi e superare la sua frustrazione; infatti le condizioni esterne a cui era stato abituato coincidono molto con la limitatezza del suo spazio psichico (le situazioni in cui si era trovato non gli avevano permesso di costruire lo spazio interno nel quale poter usare diversi codici di espressione invece di fargli sfidare le regole, le limitazioni).
La sfida, però,
non va vista solo come una cosa negativa; basti pensare che attraverso questa
via procede, ad esempio, il progresso scientifico. La creatività è
sempre trasgressiva, ma permette allo sguardo umano di liberarsi dei confini
concettuali a cui si è abituato.
La persona che dispone di molte risorse interne e di diversi modelli di espressione
può, occasionalmente, avere difficoltà a star dentro alle regole
e necessità di allargarne i confini: in tal caso, egli abbatte inizialmente
questi muri, ma sarà poi in grado di riorganizzarli (rinnovamento delle
regole che non sono sufficienti!).
Questo modo di vedere non
è previsto da chi commette dei reati: egli non è in grado di avvertire
consapevolmente dentro di sé il bisogno di ricostruire ma è smarrito
in un'area dove i suoi unici punti fermi sono i sentimenti d'onnipotenza.
Il criminale, di fronte alla sua vittima, sente di poter valicare i confini
dell'altro ed interpreterà la situazione come meglio crede.
Sfida: tentativo di recuperare quelle componenti di onnipotenza che la realtà sta limitando (non esiste il concetto di sfida se non in relazione a dei limiti).
Le sfide possono essere di diversi tipi e non necessariamente si tratta di una cosa tragica.
Ad esempio: il bambino ha
come obbiettivo la vincita o la perdita con le persone di riferimento, non tanto
per una sfida ai limiti della realtà ma per trovare la propria collocazione.