Sulla relazione fra Giudice e detenuto

Il giudice, un padre mutilato

Angelo Aparo

1998  


Il ruolo che i genitori assolvono verso i figli -si sa- consta di diverse funzioni.

Fra le più importanti, possiamo certamente indicare:

E' noto che nell'immaginario soggettivo le figure genitoriali, con i loro comportamenti e i loro atteggiamenti, consentono ai figli di tessere la prima immagine soggettiva dell'autorità, quella che essi, nel prosieguo della vita, tenderanno a ritrovare in tutte le figure che la incarnano.

E' altresì noto che i primi passi nella trasgressione delle regole costituiscono altrettanti tentativi di rivolgere ai genitori (alle prime autorità) delle domande finalizzate a recuperare la credibilità di un rapporto che ha già visto nascere i primi conflitti e ha subito le prime incrinature (vedi Winnicott).

Se le cose vanno male, se queste prime provocazioni non trovano risposte rassicuranti, la fiducia nella capacità di ascolto e di contenimento dei genitori andrà diminuendo e, con essa, la fiducia nelle regole sociali.

Inversamente, crescerà il rancore verso le norme e le figure normative, in quanto incapaci di garantire uno spazio nel quale esprimere la varietà delle istanze che agitano la persona nella fase della costituzione della sua identità psico-sociale.

Con queste premesse, può accadere che l'adolescente cominci ad esportare le proprie trasgressioni al di là dell'ambito familiare, che egli cominci a commettere dei reati, i quali, comportando di solito dei vantaggi secondari più o meno tangibili, inducono il soggetto a dimenticare il senso elettivo delle sue prime trasgressioni.

L'individuo comincia così a smarrire il senso del suo primo rancore verso le norme e, in buona fede, si convince che la ragione dei reati commessi possa essere ricondotta ai benefici economici e/o di acquisizione di potere che questi comportano.

Ne conseguono, di solito, aule di tribunale, condanne e carcere.
In prigione egli vive condizioni di frustrazione e di limitazione all'espressione delle sue risorse costruttive e trova spesso del personale penitenziario che, con il suo comportamento gli conferma la bontà dei suoi assunti sulla inadeguatezza della sua prima immagine dell'autorità e di tutte le figure che ne sono legittimi eredi. Il suo rancore verso le norme e le figure istituzionali viene alimentato, via via che egli sente disattesi i suoi bisogni e tradita la sua aspirazione residua a sentirsi compreso, così che la sua identità criminale, nella maggior parte dei casi, viene confermata.

A tutto ciò danno di solido un valido contributo il giudice che conduce l'inchiesta, quello che lo condanna e il magistrato che si occupa di lui durante l'espiazione della pena. Queste tre figure, infatti, si rapportano a lui per giudicare: prima la dinamica e l'entità del reato, poi il suo comportamento in carcere e, in particolare, quanto egli sia stato capace di rispettare le regole interne nel tempo già trascorso in carcere.

Nel far questo, non v'é dubbio che il giudice inquirente, il presidente del tribunale, il magistrato di sorveglianza ottemperano al loro mandato istituzionale. Eppure, anche quando svolgono la loro funzione nel modo più accorto essi realizzano quella che potremmo definire una perversione.

Non consideriamo perverso il comportamento di chi esaurisce le sue istanze erotiche nell'espletamento di rituali di varia natura, disattendendo il coronamento del rapporto genitale?

La funzione che il giudice assolve verso il reo al momento del giudizio e, ancor più, verso il detenuto in espiazione della pena è solo una parte di quelle che ogni figlio si attende dai propri genitori.

La pratica della valutazione e del giudizio, scisse dalla funzione di guida e di sostegno, non costituiscono soltanto una inopportuna parcellizzazione delle funzioni parentali, ma comportano -assai peggio- una sorta di tradimento delle attese di chi continua compulsivamente a cercare una figura in grado di rispondere alle sue rancorose provocazioni, senza lasciarsene frastornare.

Il giudice è, nella mente del reo, la figura alla quale -in quanto erede di quelle parentali- egli rivolge le sue proteste e alla quale porta le sue provocazioni, invitandolo ad una prova di ascolto, di comprensione, -in definitiva- di amore e di attenzione verso la sua disordinata ricerca di dialogo.

Anche il giudizio più corretto e puntuale, se non corroborato dalle altre funzioni connaturate alle figure parentali, diventa un esercizio parziale e pertanto perverso del ruolo che i genitori hanno verso i figli.

Uno Stato che affidi al giudice il compito di svolgere una delle funzioni che i genitori hanno, senza affiancargli altre figure istituzionali che svolgano le altre funzioni e lasciando invece queste altre funzioni alla buona volontà estemporanea di assistenti sociali volontari, rischia fortemente di essere percepito dal condannato come un genitore mutilato, un padre che non ha la maturità di coniugare comunicazioni di tipo normativo con una disposizione ad amare un figlio che lo ha deluso, un figlio che vorrebbe crescere senza avere ancora tutti gli strumenti per procedere in autonomia.