Dialogo nel buio

 

Livia Nascimben

Quando ho letto per la prima volta la locandina del convegno di dicembre sono rimasta per un attimo disorientata: sapevo che il relatore sarebbe stato Franco Bomprezzi ma leggendo "dialogo A TRE VOCI fra un tiranno, un'artista e una compagna feconda" mi sono chiesta con chi venisse il giornalista; ed ho incominciato a fantasticare..

Un signore alto, robusto, vestito in nero, con barba, capelli e sopraciglia folte e grigie, cupo in volto, voce autoritaria, poco disposto al dialogo, sordo per le voci altrui. Una donna longilinea, capelli lunghi, espressione solare, distratta ma determinata, un po' presuntuosa ed esibizionista ma creativa. Un tiranno e un'artista, due figure davanti ai miei occhi.

Ho fatto invece fatica a dare una forma alla compagna feconda: era una bambina, la loro bambina, era una terza figura adulta che facilitava il dialogo fra il tiranno e l'artista, che rendeva comprensibili all'uno le parole dell'altro, era uno scritto, una torta, una casa, un disegno, un racconto, un qualsiasi prodotto nato dall'incontro di quelle due figure così apparentemente lontane e inavvicinabili, era un'azione, un pensiero, un'emozione che rappresentasse due parti diverse di una stessa persona..

Poi, tornata alla realtà, capito che Bomprezzi sarebbe venuto solo e che il dialogo a tre voci altro non era che una metafora, sono ritornata ad occuparmi delle cose di tutti i giorni ..aspettando il convegno.

 

Un'esperienza: Dialogo nel buio (Palazzo Reale, Milano)

"Un percorso in un luogo dove le immagini non contano,
ma conta solo l'immaginazione.
Un percorso nel buio assoluto con una guida molto particolare che insegna a muoversi nell'oscurità e a risvegliare gli altri sensi.

La guida, il maestro invisibile ma rassicurante, è un non vedente.
Tra vedenti e non vedenti i ruoli si invertono, le barriere cadono.
Il buio ci ricorda che abbiamo altri sensi per vedere la realtà.

Il Dialogo nel buio non vincolato dall'apparenza, dal giudizio e dalla discriminazione s'innalza, rivelandoci la realtà di chi non vede, diversa, ma non meno intensa del nostro mondo iper-visuale che sembra fagocitare gli altri sensi.

Dialogo nel buio è un'avventura "oltre le immagini", è un modo nuovo di comunicare.

E tu sei pronto a vivere con tutti i sensi?
Chiudi gli occhi e impara a vedere."


29/11/02

 

Poche parole lette su un opuscolo informativo mentre aspettavo di entrare alla mostra-itinerario. Mezz'ora di tempo per riflettere seduta in una saletta dai muri grigi con una luce soffusa. Un tempo lunghissimo in cui mille pensieri si affacciano alla mente e si accavallano: pensi alla tua vita, al senso che per te ha il concetto di salute, malattia, diversità, limiti, risorse, pensi a quanto nella tua vita abbia peso l'immagine, ciò che di te si vede e lasci vedere, ciò che tu puoi cogliere nell'altro con lo sguardo, pensi a quanto sia prevalente la visione nella vita dell'uomo e quanto poco si utilizzino gli altri sensi per conoscere se stessi, gli altri e l'ambiente che ci circonda.

Fermarsi per mezz'ora a riflettere è stato per me un momento molto emozionante, ero sola, non conoscevo nessuno, mi stavano per scendere le lacrime quando hanno chiamato il mio gruppo per iniziare il percorso.

Entri nel buio con un bastone bianco in mano, il bastone che ti servirà per "vedere" dove sei e dove vai. Entri nell'oscurità camminando lungo un corridoio facendo scorrere una mano lungo una parete, poi il muro finisce e ti ritrovi nella prima stanza: il senso di disorientamento è pazzesco, sei nel buio assoluto, in un luogo che non conosci, devi muoverti ma non hai punti di riferimento.

Il tuo punto di riferimento diventa la voce della guida. Non la vedi, ma sentirla ti dà sollievo. E' rassicurante, ti indica la strada, ti fidi: per lei il buio è una condizione di vita, a te invece evoca paura, freddo, morte. Per orientarti la sua voce nel buio è paragonabile alla luce di un lampione che ti fa vedere dov'è la via da seguire. Se lei tace, tu ti senti smarrito.

Si passa attraverso varie stanze che riproducono ambienti esterni ed interni, cinque stanze e diverse sensazioni legate a situazioni specifiche che non descriverò per lasciare la possibilità a chi non ha ancora "visto" la mostra di scoprire da solo cosa nel buio si nasconde: l'importante della mostra non sono tanto le cose che si "vedono", ma il significato che possiede scoprirle.

Al buio l'unico modo per sapere dove sei e cos'hai attorno è utilizzare il maggior numero di sensi possibili: con i piedi riesci a sentire cosa calpesti, con le mani tocchi gli oggetti, senti di che materiale sono fatti, che forma hanno, col naso percepisci gli odori, le orecchie le tendi per distinguere i suoni e la loro provenienza. Al buio ogni rumore, ogni suono, ogni sensazione tattile è utile per riuscire a costruire un'immagine di te stesso nell'ambiente, per sapere dove sei e in quale situazione ti trovi.

Mentre ero dentro mi chiedevo se i rumori che sentivo e gli odori che percepivo fossero amplificati oppure fossi io ad aver attivato in modo particolare i sensi dell'udito e dell'olfatto. Non saprei dire se effettivamente fossi io a registrare la realtà in modo diverso dal solito, certo è che una volta fuori, sensibilizzata per quasi un'ora all'uso dei sensi che solitamente rimangono in ombra rispetto alla vista, mi sono ritrovata di fronte ad una realtà diversa da quella che avevo lasciato un'ora prima.

Ritornata alla luce, nelle sale iniziali ho subito sentito l'odore di quei locali, lo stesso odore che entrando un'ora prima non avevo percepito.
Appena uscita da Palazzo Reale ho sentito l'aria fresca sul viso, il rumore della macchina che lava le strade, il picchiettare di qualcuno che lavorava non so dove, forse dietro l'impalcatura del Duomo, le voci lontane di persone che chiacchieravano fra loro; mentre camminavo avvertivo sotto i piedi la differente pavimentazione, pavè, piastrelle di marmo, ghiaietta, un tappeto di foglie bagnate, le grate.

Uscita da quella mostra, incredibilmente tutti i sensi sembravano essersi risvegliati! Mi è sembrato di essere un bambino alla scoperta del mondo, dei suoi colori, delle sue forme, dei suoi odori, dei suoi gusti, dei suoi suoni: gli uccellini che cinguettavano, le foglie che rotolavano sull'asfalto trasportate dal vento, l'odore della città, il rumore dell'acqua delle pozzanghere alzata dalle macchine, le finestre delle case che sbattevano dalla corrente creata dal vento.. Insomma, una realtà sorprendentemente più ricca.

La realtà è complessa e spesso ci illudiamo di conoscerla, di poterla descrivere solo perché vedendola ci sembra di riuscire a capire com'è fatta; io oggi ho scoperto di essere al buio, il buio dato dalla non conoscenza della realtà, dall'incapacità di utilizzare i sensi per rapportarmi con me stessa e col mondo circostante, ho scoperto di avere una visione parziale e se vogliamo distorta della realtà.

Quando ti manca qualcosa, o quando una parte di te funziona poco o male o per niente, ti rendi conto della complessità del reale e del valore che può avere ogni più piccola cosa che compone la realtà. Ed è forse grazie al senso di mancanza che puoi riconsiderare la tua scala di valori, le tue priorità, a condizione che la mancanza tu la possa sentire come una premessa alla costruzione e non una condizione di soffocamento.

Il professor Ferrante, nell'intervista sulla sfida, diceva che biologicamente abbiamo superato molte difficoltà e non abbiamo il problema della sopravvivenza e se ciò rappresenta un vantaggio in termini evolutivi, è d'altra parte uno svantaggio in quanto l'uomo non è indotto a migliorarsi ma tende a conservare il proprio stato. Chi vive una condizione di sofferenza o di mancanza ha la necessità di mettere in campo "il meglio del proprio potenziale evolutivo", di cercare creativamente di sfruttare a proprio favore le risorse che ha a disposizione non lasciandosi schiacciare dalla propria condizione di dis-abilità.

La cecità è sicuramente una condizione di svantaggio, soprattutto per chi si ritrova a conviverci nel corso degli anni, l'aver dato vita a una mostra dove i ruoli tra non vedenti e normodotati si invertono permette a chi non vede di fare del proprio limite un atto creativo e ai cosìdetti "normali" di riscoprire e ritrovare le "famose", per noi, assonanze nelle differenze e differenze nell'identità di ognuno.

Prima di entrare alla mostra, nel corridoio, mi sono scontrata con una ragazza cieca, le ho chiesto scusa, ho temuto di averle fatto male; quando mi è ripassata accanto ho prestato attenzione a lasciarle la strada libera, a non ostacolarla. Nell'oscurità la mia preoccupazione era opposta: non incontrare nessuno sul mio cammino, perdermi nel buio, andare a sbattere da qualche parte. Scontrarsi con la guida era un piacere! Il contatto con una persona capace di condurti era rassicurante, in quel momento non pensavo certo a scusarmi o a evitare di ostacolarci: eravamo due persone diverse con abilità diverse, due persone che insieme stavano costruendo un'esperienza. Da quella mostra sono uscita a braccetto con la compagna feconda.

 

Ma chi è questa benedetta compagna feconda?

È un atteggiamento, un modo di rapportarsi alla quotidianità, ai limiti, alle difficoltà che si incontrano, è un modo di vivere, di considerare parti diverse della realtà, è forse l'essere un pensatore debole, è la capacità di riuscire a non rinchiudere dentro schemi parti di sé o degli altri che si percepiscono come imperfette e poco presentabili, è la curiosità di vedere cosa si può ricavare dal dialogo con aspetti di realtà differenti, a volte opposte, è la volontà di mettersi in discussione e "giocare", creare, costruire insieme all'Altro, diverso da te.

Bomprezzi, al convegno sulla sfida di ottobre, ha più volte sottolineato l'importanza di cambiare punto di osservazione, di trasformare il limite in risorsa. Io vedo e sono abile a muovermi, a individuare oggetti e persone, al buio non vedo e sono dis-abile, in un ambiente sconosciuto non sono abile a muovermi, a riconoscere gli oggetti e dove mi trovo; un non vedente è dis-abile, non vede, gli manca la possibilità di usare un senso per orientarsi nella realtà ma al buio sa come muoversi ed è abile a riconoscere in che luogo si trova, descrive l'ambiente in modo più accurato di quanto non sappia fare io. E allora abile e dis-abile rispetto a quale situazione? Osservando la realtà senza troppe lenti, il muro che divide abili e dis-abili cade e cresce la voglia di costruire un ponte che avvicini i due diversi modi di rapportarsi al mondo.

"Chi l'ha detto che una mostra deve per forza MOSTRARE?
Alcune cose NON SI VEDONO, dunque non si possono mostrare.
Alcune cose vanno scoperte.
I sensi per esempio.
Come? AL BUIO."

Io credo che queste parole, lette sul sito www.dialogonelbuio.it, siano significative e ben esprimano il senso anche del nostro lavoro: andare in carcere, nel luogo dove nascondi "il male", esplorare zone d'ombra e di confine, ti permette di riscoprire parti di te stesso tenute nascoste e vedere la realtà con occhi nuovi.

Alcune cose non si vedono perché le teniamo murate: i delinquenti, le azioni più ignobili che può compiere l'essere umano, aspetti di noi stessi, del nostro carattere, del nostro corpo che non ci piacciono, che ci fanno paura o che ci fanno soffrire.

Alcune cose vanno riscoperte: la creatività, il bisogno di trasgredire trasformando la realtà che ci circonda, il bisogno di comunicare di esistere e di essere riconosciuti.

Come? Andando in carcere, collaborando con chi ha distrutto prima se stesso e poi gli altri, cercando di interrogarsi sui reati più insensati per capire anche quelli apparentemente dotati di senso e per poter riconoscere nella propria vita le prigioni che non ci permettono di esprimerci come vorremmo.

Al buio è possibile vedere molte più cose di quante non se ne immaginino.

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Lo scambio, ho imparato, fa crescere! Ci tengo che la mia famiglia venga in carcere e si affrontino insieme temi al confine fra la norma e la devianza come la sfida, la trasgressione, l'imperfezione. Allo stesso modo ho piacere di tornare alla mostra guidata da non vedenti con la mia famiglia per poter riflettere con loro attorno a questioni che sono al limite fra il buio e la luce, come il rapporto fra abilità e disabilità.