Stessa diagnosi, ma conclusioni opposte: una guerra tra psichiatri sulla perizia per le assassine di suor Maria Laura Mainetti. Questi i motivi.

di
ELISABETTA BURBA 29/6/2001

La vera follia? E' quella delle perizie!

La banalità del male. I periti psichiatri del tribunale di Milano sono dovuti ricorrere alla filosofa Hannah Arendt per trovare una chiave di lettura dell'assassinio di suor Maria Laura Mainetti, trucidata l'estate scorsa a Chiavenna da tre ragazzine che non l'avevano mai vista prima.

La citazione del libro sui lager nazisti campeggia sulla prima pagina della perizia che ha scandagliato la psiche delle tre baby killer per conto del giudice dell'udienza preliminare (gup) Anna Poli. Depositata nella cancelleria del tribunale di Milano il 18 giugno 2001, Panorama è riuscito a esaminarla in esclusiva: la perizia ribalta quella precedente, presentata al pubblico ministero Cristina Rota il 21 novembre 2000.

Siamo allo scontro fra i periti. Schierati sul campo, i consulenti del gup contro quelli del pm, con gli psichiatri delle parti ancora in panchina, ma pronti a gettarsi nella mischia. Oggetto del contendere: la capacità di intendere e di volere delle tre omicide.
I periti del gup sostengono che, la sera del 6 giugno 2000, quando lapidavano e accoltellavano la religiosa, le tre ragazze non sapevano quello che facevano. I secondi, cioè i periti del pm, ritengono invece le tre assassine capaci di intendere e di volere: Veronica e Milena parzialmente, Ambra totalmente.


Un ribaltone degno di un legal thriller alla John Grisham. Con ripercussioni tutt'altro che secondarie: in questi giorni, infatti, il gup deve decidere se sottoporre a processo le tre ragazze, accusate di omicidio di primo grado. E, stando ai suoi periti, dovrebbe dichiararle «non imputabili». Vale a dire niente processo.

Tutte a casa, allora? Non proprio. La perizia del gup, infatti, le ha anche definite «persone socialmente pericolose»: anche se fosse dichiarato il non luogo a procedere, dunque, dovrebbero essere ricoverate in comunità protette, come misura di sicurezza per la collettività. Resta il fatto che uscirebbero dal carcere.

Interpellata sulle ripercussioni delle controverse perizie, però, il presidente del Tribunale dei minori di Milano, Livia Pomodoro, risponde: «Le perizie non sono un oracolo. Vengono depositate, il giudice le studia e poi valuta se tenerne conto o meno. A maggior ragione quando si trova di fronte perizie contrastanti. Nei processi contro i minori, poi, ha un aiuto in più: si avvale dell'ausilio dei cosiddetti giudici laici, esperti in discipline psicologiche».

Ma quali sono le differenze così profonde che separano le due perizie? Il dato clamoroso è che i consulenti del pm e quelli del gup hanno diagnosticato la stessa patologia, «disturbo di personalità borderline», attribuendole però un peso diverso. La prima perizia, condotta dal criminologo Massimo Picozzi e dalla psicologa Roberta Perduca, riconosce la responsabilità alle baby-omicide. «Per Veronica, Ambra e Milena, i consulenti hanno posto diagnosi di disturbo di personalità» si legge nella relazione presentata il 21 novembre 2000 al pm. Cioè: Milena e Veronica erano affette da disturbi così «importanti» da compromettere le loro capacità di intendere e volere. Ambra invece, pur con un significativo disagio psichico, «non presentava limitazioni nel comprendere il significato e il valore di quanto andava commettendo».

Nella seconda perizia, invece, la malattia mentale finisce per cancellare qualunque forma di responsabilità. Ecco che cosa scrivono il criminologo Adolfo Francia, il neuropsichiatra infantile Ugo Sabatello e lo psichiatra Simone Vender: «Al momento in cui commise i fatti di cui è imputata non aveva, per infermità, la capacità di intendere e di volere». Nell'ultima pagina della relazione, il verdetto è ripetuto con amara laconicità per tre volte, una per ogni imputata. La causa clinica di tale incapacità? Nel caso di Milena e Veronica, la diagnosi è sempre quella di «disturbo di personalità borderline». Borderline, ovvero la linea di confine fra la normalità e la follia. Ma colei che secondo i periti del gup ha più pericolosamente attraversato questa demarcazione è Ambra. Insomma: la ragazza che nella prima perizia risultava la più sana ora è la più disturbata.

Che cosa può esserle successo in pochi mesi? Forse Ambra è quella che più ha risentito dell'orrore del suo gesto: delle tre baby-assassine è quella che in carcere ha sperimentato più sofferenza psichica. Già ai tempi della prima perizia, gli psichiatri avevano riscontrato «una deflessione del tono dell'umore, con segni e sintomi che rimandano a un trauma non superato e riecheggiano i fenomeni osservabili nel disturbo post-traumatico da stress». Segnali, questi, che gli estensori della seconda perizia interpretano come il sintomo di un male oscuro. Tanto da indurli a proporre il trasferimento di Ambra dal carcere Ferrante Aporti di Torino a un luogo più idoneo alle cure. Peccato che per gli autori della prima perizia questi segnali avessero un significato opposto, rappresentando «il tentativo di integrare un'esperienza drammatica». Ossia di imboccare la via del pentimento.

Chi ha ragione? Un elemento è certo: la seconda perizia è stata condotta in condizioni più difficili della prima. Perché con il passare del tempo è più arduo ricostruire le condizioni emotive in cui è avvenuto il crimine; e perché i consulenti della seconda perizia hanno visto le ragazze solo due volte, basandosi per il resto sull'imponente documentazione raccolta dai colleghi. Anche per le prove psicodiagnostiche i consulenti del gup hanno dovuto far riferimento al lavoro dei colleghi, visto che i test non possono essere riproposti prima che siano trascorsi sei mesi.


Resta il fatto che la seconda perizia, quella richiesta dal giudice dell'udienza preliminare, conclude suggerendo la scarcerazione delle giovani omicide. Ma al di là delle implicazioni etiche di questa soluzione, la perizia lascia aperto un interrogativo: se coloro che l'hanno condotta erano così certi della malattia mentale delle tre adolescenti, perché hanno sentito il bisogno di citare Hannah Arendt e la «terribile, inespressiva, impensabile banalità del male»? Forse perché neppure il sapere psichiatrico li ha aiutati a svelare il mistero di tre ragazze di provincia improvvisamente trasformatesi in killer spietate.