Il comportamento trasgressivo suggerisce di solito una mancata obbedienza a una prescrizione o a una norma ed è in genere concepito come atto negativo. Ma che cosa sono in fondo le norme? Binari entro cui scatenare la propria fantasia e conoscenza oppure un sentiero delimitato da sbarre nel quale dobbiamo camminare come pecore?
Se fosse esatta la prima ipotesi, cioè che le norme siano strumento di comunicazione e libertà, non si spiegherebbe perché alcune volte ci sentiamo costretti da esse; se invece rispondesse a verità la seconda ipotesi, seguirle renderebbe la vita più semplice, visto che non ci sarebbe necessità di prendere decisioni autonome.
Probabilmente le due cose sono complementari: uno stesso individuo può sentire le regole sociali protettive e rassicuranti in un momento e il momento dopo frustranti, opprimenti, repressive.
Ma quando le regole risultano opprimenti? Probabilmente nel momento in cui lo spazio personale è fortemente limitato.
E a questo punto che una reazione normale nelluomo è il desiderio di sconfinare, dovuto a una sensazione di mancanza, ad un difetto del codice o di risorse da parte dellindividuo. Nasce allora il comportamento trasgressivo, che consiste nellutilizzare un nuovo e originale codice comunicativo nel momento in cui il precedente non basta più. Il gesto trasgressivo (come del resto ogni comportamento) è dunque una domanda confusa rivolta a un destinatario dallidentità incerta.
Ma la trasgressione è sempre negativa? E in ogni caso qualcosa di pericoloso e destabilizzante allinterno di una società? E qualcosa di cui aver paura, da rifuggire, da censurare e reprimere senza cercare neanche di capire? Ebbene no. La trasgressione può essere comune a tutti, in quanto tutti abbiamo delle ombre, ma essa ha due volti facilmente identificabili: uno porta alla più bieca distruzione in modo sterile e crudele, l'altro alle migliori creazioni e scoperte del genio umano. La storia è ricca di esempi in cui la trasgressione di qualche individuo eccezionale ha permesso alluomo comune (esiste davvero un uomo definibile comune?) di godere di inestimabili tesori culturali.
A questo punto è necessario fare una precisazione.
Nel caso di molti artisti, mi risulta difficile distinguere con precisione
ciò che vuole essere uno schiaffo critico nei confronti della società
e ciò che invece può essere bollato come follia;
trasgressione e alterazione mentale sono infatti strettamente connessi in
molti casi.
Si pensi, ad esempio, allirriverenza di Friedrich Nietzsche: grazie ad essa il filosofo tedesco esprime idee straordinarie e di grande carica espressiva come quelle contenute nello Zarathustra. La critica moderna ha messo in luce gli aspetti positivi della sua follia, mostrando che forse proprio questa gli ha permesso di essere così libero da inibizioni e convenzioni sociali.
Gli artisti, i poeti, vivono dunque una condizione di genio e follia che spesso coincidono? Ma allora da cosa nasce la diversità di questi individui? E tutta una questione di abilità artistiche che necessitano di espressione? Si tratta di una maggiore sensibilità e acutezza interiore? Altrimenti cosa dovrebbe spingere un uomo a non trovare soddisfazione allinterno della società in cui i suoi simili vivono senza troppe difficoltà apparenti?
Una possibile interpretazione consiste nel fatto che lartista è come un bambino in una società di adulti. Per meglio dire, l'uomo è inserito in un sistema di relazioni sociali in cui ciascuno trova una sua precisa collocazione. Questa condizione obbligata lo porta inevitabilmente ad uniformarsi a dei "modus vivendi" già definiti e ciò determina negli adulti una perdita di originalità, fantasia e capacità di creare e di scoprire. Questo non avviene nel bambino, perché il suo pensiero è ancora indipendente o soggetto a condizionamenti e pressioni esterne solo in minima parte. Di fronte agli avvenimenti è spontaneo, naturale: si meraviglia davanti alle piccole cose di ogni giorno, esplora, si pone, seppur semplicemente, numerosi interrogativi.
Allo stesso modo lartista non si ferma di fronte all'apparenza delle cose; alcuni poi, non ponendosi vincoli sociali da rispettare, possono ribellarsi all'omologazione:
Nella tradizione romantica si origina il binomio genio e follia, secondo il quale l'artista e il folle sono due esseri liberi per eccellenza. Per diventare artisti bisogna dunque essere pazzi? Oppure la fonte della creatività è la parte irrazionale di ognuno di noi, quella che esce dagli schemi e devia dalle strade già percorse?
Ma che cos'è la creatività?
Nella prospettiva psicodinamica si sono susseguite numerose interpretazioni
sul significato del termine creatività. Operando un'estrema semplificazione,
possiamo distinguere quelle di due fondamentali autori: Freud e Winnicott.
Per il primo la creatività è la manifestazione di conflitti
e pulsioni che alcuni individui risolverebbero tramite un mascheramento socialmente
accettabile, cioè una forma di sublimazione che genera un'attività
socialmente utile e riconosciuta.
Le energie della libido subirebbero dunque una deviazione rispetto alla meta
originaria. Ciò sarebbe determinato dalla pressione della latenza e
dell'educazione, che permetterebbero al bambino di costruirsi strumenti psichici
atti a controllare i contenuti libidici. Il meccanismo della sublimazione
agirebbe quindi a spese della potenzialità sessuale affettiva dell'individuo
creativo. L'arte diverrebbe fonte di appagamento delle spinte pulsionali e
compenserebbe una realtà insoddisfacente partendo dai desideri non
realizzati.
Il contributo freudiano, anche se importante poiché introduce il tema
della dinamica tra la parte conscia e quella inconscia, risulta incompleto
dal momento che la realtà creativa non è necessariamente frutto
di frustrazione sessuale e nevrosi.
Per Winnicott invece la creatività è un elemento indispensabile
per lo sviluppo e la crescita sana degli individui.
Nella concezione dell'autore punto fondamentale è il gioco. Nel processo
di individuazione l'oggetto transizionale ha per il bambino notevole importanza,
così come il gioco funge da ponte tra lui e la madre o lo psicoterapeuta
e il paziente. L'individuo sarebbe in grado di essere creativo e di fare uso
dell'intera personalità solo mentre gioca, ed è solo nell'essere
creativo che l'individuo scoprirebbe il sé.
Inoltre la creatività coincide con uno stato di vitalità esistenziale:
l'esperienza creativa fa sì che l'individuo abbia l'impressione che
la vita meriti di essere vissuta, contrariamente a quanto accade se il mondo
e i suoi dettagli vengono riconosciuti solamente come qualcosa a cui ci si
debba obbligatoriamente adattare. Secondo Winnicott questo modo di condurre
l'esistenza è patologico e di conseguenza la creatività diventa
presupposto di salute mentale.
Dunque la creatività appartiene alla condizione stessa del vivere,
in quanto è intrinseca al modo che ha l'individuo di interagire con
la realtà esterna.
Ritengo che Edvard Munch sia colui che più di chiunque altro abbia saputo esprimere attraverso le sue opere, l'angoscia e le nevrosi dell'uomo, la sua dolorosa incapacità di vivere.
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Le critiche, la malattia, l'alcolismo e i laceranti avvenimenti della sua vita non hanno mai scalfito, anzi, semmai incrementato, il suo profondo desiderio di dipingere e la sua straordinaria sensibilità e capacità di cogliere gli aspetti e i sentimenti più reconditi dell'animo umano. Queste sensazioni così forti vengono espresse sulla tela attraverso uno stile artistico del tutto peculiare: i colori forti, lavorati con dramma, sottolineano con estrema incisività le emozioni vissute dall'autore, così come i temi trattati, dalla morte, alla malattia, alle sue esperienze personali, sono rielaborati fino a creare personaggi del tutto inaspettati, spettrali, inumani, con sguardi allucinati e visi di un pallore funereo. Tutto ciò è espresso al meglio nel suo capolavoro, "Il grido".
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Il personaggio è composto da linee ondeggianti e il volto è
maschera di morte. La bocca è spalancata in un urlo muto che squarcia
nuvole rosso sangue, simile ad un lamentoso grido che non ha nulla di liberatorio.
L'uomo appare scaraventato in un paesaggio desolato e apocalittico e sembra
lanciarsi verso lo spettatore come in una corsa folle, evidenza della predominanza
dell'istinto sulla ragione. Il grido, che invade tutto l'ambiente circostante,
rappresenta la devastazione spirituale dell'uomo e la perdita della sua identità.
Osservando quest'opera non si può fare a meno di notare come un'emozione
improvvisa possa influenzare la nostra percezione dell'ambiente circostante.
La scena infatti ruota turbinosamente attorno alla testa urlante che sta al
centro, come se nascesse dall'emozione angosciata di quel grido. La causa
scatenante di un così terribile evento però, pur non essendo
visibile, aleggia nel dipinto rendendolo ancor più sconvolgente e sinistro.
Ma perché le opere di Munch hanno fatto gridare allo scandalo la società
benpensante e borghese dell'epoca? Probabilmente per il fatto che l'artista,
affrontando la cruda realtà dell'esistenza e trasformando l'opera in
denuncia, ha scelto di deturpare il suo soggetto anziché idealizzarlo.
La condanna all'ipocrisia e la "trasgressione" dell'artista si
ripropongono ancor più marcatamente nel quadro "Sera
sulla via Carl Johan", in cui angosce e malinconiche emozioni
sono rappresentate in uno squarcio di vita provinciale.
Il tema dell'alienazione e disapprovazione sociale è evidente in quest'opera
essenzialmente attraverso due elementi: la pungente rappresentazione della
società bene, fatta dei suoi "zombie" che, tutti uguali e
tristi, portano avanti la loro esistenza procedendo nella medesima direzione,
quasi senza consapevolezza, senza interrogativi, senza volontà, senza
vita e la rappresentazione dell'edificio comunale, in alto sulla destra della
tela, rappresentato come una costruzione alta, isolata dalle case della gente
comune, con finestre di un giallo spettrale che sembrano occhi da cui il potere
controlla e scruta che nessuno esca dalle righe.
Neanche la folla muta e cieca pare accorgersi dell'esistenza del passante
sulla destra che, solo, senza voce, incapace di esprimere ciò che sente,
sembra dirigersi verso qualcosa da cui tutti viceversa si allontanano.
La vita di Charles Baudelaire fu notoriamente piuttosto sregolata. Egli fu sostanzialmente un ribelle, sempre in lotta col mondo circostante, coi sogni di progresso cari alla società borghese del suo tempo, con la mediocrità dell'esistenza quotidiana. La sua stessa irregolarità nella vita insieme all'esasperata originalità erano per lui alternativa alla noia di un mondo troppo ordinario e volgare. Ma quella lussuriosa sensualità, in cui parve talora che il poeta esaurisse la sua ansia di evasione, fu in realtà per lui, animato da un perpetuo desiderio di bellezza, motivo di grave tormento spirituale.
Baudelaire ebbe vivo il senso del peccato: non meraviglia quindi se si trova
in lui, con l'esperienza della colpa, un anelito quasi religioso di liberazione
e redenzione.
Fu aspramente criticato e anche censurato per il suo stile letterario giudicato
troppo crudo, irriverente, trasgressivo e osceno. La sua vita si concluse
nel 1867, quando la malattia e la lunga agonia della paralisi, da cui egli
cercò di trarre sollievo nell'hashish, nell'oppio, nell'alcol, nell'etere,
lo spensero definitivamente.
L'opera di Baudelaire, che avvertì la crisi irreversibile della società
del suo tempo, è varia e complessa. Il suo stile perfetto e "matematico"
aprì la strada al simbolismo e allo sperimentalismo.
La poesia di Baudelaire deriva direttamente dal romanticismo ma egli seppe
esprimerla in una forma nuova, attraverso dei simboli che riflettevano le
sensazioni del mondo inconscio.
Temi ricorrenti furono vizio e perversione, desiderio e paura della morte,
fuga dalla vita monotona e normale, ricerca spasmodica dell'ideale, consapevolezza
delle contraddizioni dell'uomo. Nella poesia L'homme et la mer, tratta da
Les Fleurs du mal, Baudelaire paragona l'immensità e la mutevolezza
delle onde del mare ai molteplici e misteriosi aspetti dell'animo umano. Secondo
l'autore alla base della vita e della poesia ci sono il male e il grottesco,
nonché la negazione della morale collettiva.
Nella poesia "L'albatro" il poeta è proprio paragonato a questo uccello, che sa muoversi regale negli ampi spazi, mentre, per la sua goffaggine a terra, diventa oggetto di scherno. Anche l'artista può sembrare goffo e impacciato nella realtà quotidiana, nella quale non si muove a suo agio, mentre ha il dominio della realtà fantastica.
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Baudelaire: L'albatro
Spesso, per divertirsi, gli uomini dell'equipaggio |
Un altro esempio della poesia "sinistra e fredda" di Baudelaire si riscontra in Spleen, in cui il poeta paragona se stesso ad un angelo caduto, affascinato contemporaneamente sia dal cielo sia dall'abisso. Esso si aggira per le strade della metropoli attratto dai paradisi artificiali degli stupefacenti, dal vizio, perseguitato dalla maledizione mentre cerca la redenzione.
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Baudelaire: Spleen Quand le ciel bas et lourd pèse comme un couvercle Quand la terre est changée en un cachot humide,
Quand la pluie étalant ses immenses traînées
Des cloches tout à coup sautent avec furie
- Et de longs corbillards, sans tambours ni musique,
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Il termine spleen può essere tradotto con "malinconia",
"disgusto", "tedio": già dal titolo è quindi
evidente che il poeta intendeva esprimere un malessere esistenziale, l'incapacità
di reagire alla noia paralizzante.
La struttura della poesia e il suo contenuto tematico si articolano in maniera
tale da creare un ritmo, un movimento particolare, lento e pesante all'inizio,
poi improvvisamente forte, infine lentissimo.
C'è un forte senso di costrizione nella poesia: tutto porta a mettere
l'accento sull'idea della disperazione dovuta all'incapacità di liberarsi,
di respirare.
La claustrofobia è infatti un tema che esce prepotentemente allo scoperto
e che viene espresso con maestria dall'autore attraverso immagini decisamente
vive.
Emergenti sono anche elementi estremamente materiali, che si percepiscono
attraverso i sensi del corpo, come l'umidità, raffigurata più
volte nel corso della poesia, i suoni, i rumori e i colori.
Il poeta cerca di far emergere la parte divina che è in lui ma questa
operazione gli risulta impossibile a causa dello "spleen", cioè
la noia di vivere: tutto questo viene espresso stilisticamente da Baudelaire
con numerose antitesi termini associati ad una idea di immensità, di
infinito, di libertà, con altri che indicano finitudine, decadimento,
pesantezza, incapacità di muoversi.
Da quanto appena espresso si deduce che per Baudelaire il poeta è
un uomo diverso dagli altri, poiché è insieme benedetto, in
quanto attraverso la poesia riesce ad innalzarsi al cielo e maledetto perché,
nonostante questo desiderio, rimane pur sempre un uomo facile preda dello
"spleen".
Per concludere questa riflessione sul rapporto tra trasgressione e creatività
mi è sembrato opportuno citare un cantante rock contemporaneo che,
per i suoi modi di fare e di porsi nei confronti della società e dei
suoi fans, è ancora oggi un simbolo per molti giovani.
Cantante, poeta, ribelle, Jim
Morrison metterà in scena l'estrema trasgressione, tra
scandali e arresti, fino alla sua misteriosa morte.
Nelle prime esibizioni Jim, con la sua voce forte e rude, ed i suoi testi
poetici, si meritò l'appellativo di Lizard King (il Re Lucertola) per
le sue movenze sexy e il suo indubbio carisma.
I Doors furono una delle band più importanti e allo stesso tempo controverse
della storia del rock, incarnando alla perfezione le trasformazioni dell'America
di fine anni Sessanta.
Il loro carismatico leader Jim Morrison, interpretò sulla scena con
il suo fascino, l'ansia di rivalsa e l'esasperazione di una generazione che
si sarebbe scontrata contro una società puritana e chiusa.
Dal dicembre 1967, quando venne arrestato per oscenità verbali, ebbe
numerosi problemi con la legge, ma, prima ancora che fosse pronunciata la
sentenza definitiva, Jim morì a Parigi per presunta crisi cardiaca
il 3 luglio del 71. Il film "The Doors", diretto da Oliver Stone,
non rese giustizia alla storia di Jim, presentando soltanto il lato più
allucinato della sua breve vita, contribuì comunque a rinfocolare il
mito di un personaggio la cui traccia resta immortale, testimoniata dalla
vera e propria idolatria di generazioni vecchie e nuove nei confronti del
Re Lucertola.
Per esprimere in modo più chiaro e esaustivo il pensiero di Morrison nei confronti della vita, della morte e della società vengono riportate qui di seguito alcune frasi estrapolate da sue interviste e canzoni:
"Sono stato sempre attratto dalle idee di rottura contro l'autorità. Amo le idee sulla fuga del reale e quelle sul rovesciamento dell'ordine costituito. Sono interessato a tutto ciò che riguarda la rivolta, il disordine, il caos, in particolar modo mi interessano le attività che sembrano non avere alcun senso. Mi sembrano la giusta strada che conduce alla libertà...."
" Io canto quello che gli altri non dicono"
"L'idea di essere libera terrorizza la gente, che si aggrappa alle proprie
catene e avversa chiunque tenta di distruggerle. Sono la sua sicurezza."
"Chi vuole la libertà deve essere pronto a rinunciare a tutto, alla ricchezza, a tutte le idiozie che ti hanno insegnato, tutto il lavaggio del cervello che ti ha fatto la società. Devi liberarti di tutto ciò se vuoi passare al di la della barricata. La maggior parte delle persone non sono disposte a un cambiamento cosi' radicale."
"Se si rifiuta il proprio corpo, questo diventa una prigione. E' un paradosso: per oltrepassare le limitazioni del proprio corpo, occorre immergersi completamente nella carnalità, aprire totalmente i sensi."
"Soltanto l'uomo morto in croce portava i capelli lunghi senza essere giudicato drogato"
"Esigo la libertà di sperimentare ogni cosa nella mia vita: voglio
provare tutto
almeno una volta"
"Se mi vedrai ridere non pensare che io sia felice, sto recitando un
pezzo di
copione che chiamano vita.."
"Lasciate che la gente vi dica cosa fare! Lasciate che la gente vi imponga
le cose. Quanto credete che duri? Per quanto tempo ancora vi farete schiacciare?
Siete tutti un branco di schiavi!"
In questa breve riflessione sulla trasgressione e la creatività credo
sia emerso un elemento, un filo comune, che non è mai stato esplicitato
completamente pur avendo spesso avuto la funzione di "concetto - sfondo".
Intendo dire che la trasgressione, anche quella positiva, è sempre
stata ostacolata dalla società, sia nel passato che nel presente, anche
se per ragioni che nel tempo si sono leggermente modificate.
In passato censura e repressione delle idee difformi dal senso comune e religioso
erano decisamente più brutali ed eclatanti. Questo non derivava soltanto
dal bisogno di controllo che l'autorità ha sempre cercato di esercitare,
ma anche da un senso di chiusura e di facile scandalo che il moralismo delle
società dell'epoca non tollerava.
Per quel che riguarda i tempi moderni, invece, ritengo che, se da una parte
il moralismo si è fatto più discreto e sofisticato, dall'altra
serpeggi un estremo bisogno di "omologazione globale", più
velato ed esteso.
Ci viene continuamente chiesto di adattarci, di uniformarci, di essere quelli
che non siamo, di mostrare una falsa faccia che sicuramente aiuta la nostra
immagine sociale, ma non ci permette (ed è questo che vuole ogni sistema
sociale, pena la sua stessa sopravvivenza) di diventare pensatori indipendenti.
Secondo me, col passare del tempo, il meccanismo con cui si cercherà
di "indottrinare" gli individui diverrà potente e subdolo,
anche grazie ai notevoli sviluppi della tecnologia che permette ormai di raggiungere
agevolmente parti del mondo anche molto lontane.
Tutto questo è dovuto al fatto che adesso più che in passato
essere autonomi è quasi impossibile: tutti dipendiamo da qualcuno per
vivere, la società non può andare avanti se anche il più
piccolo meccanismo si ferma, è quindi necessario che ognuno svolga
il suo ruolo senza creare troppe difficoltà.
Non è a questo punto logicamente deducibile pensare che l'uomo cercherà
di ribellarsi? Che la frustrazione di dover essere sempre ciò che non
è e di dover fare ciò che ci si aspetta da lui lo porteranno
a "deviare" e trasgredire sempre di più?
Ritengo che la creatività sia in fondo solo la migliore possibilità
per esprimere un bisogno di originalità ed individualità che
ha necessità di essere manifestato.