Non ero Robin Hood

Bruno De Matteis

15-09-2009  

Qualche giorno fa, precisamente il giorno 9 settembre, mi stavo gustando una giornata molto bella, diversa dalle solite. Le lettere di mia figlia mi danno sempre forza per un cammino nuovo e confermano l’amore che nutre per me. Sì! Ne sono orgoglioso.

Quel giorno avevo avuto anche un’altra bella soddisfazione, visto che, da ignorante che sono, con quella parola,  “Nicchia”, ho contribuito al titolo del prossimo convegno. Allora mi devo quasi montare la testa…

Mi deliziavo per la bella atmosfera che s’era creata, quando è successo che sono dovuto andare via. Sono rimasto molto male, non per quello che mi è stato notificato, ma per aver dovuto lasciare il gruppo.

Quello stesso giorno, avevo chiesto cosa pensavano gli altri della lettera di mia figlia. Silvia risponde: “come hai potuto pensare solo a te stesso? Hai abbandonato tua figlia, la famiglia… io avrei chiuso con te”.

Cara Silvia, potrei risponderti con il titolo del convegno di maggio: “come rovinare la vita degli altri e la propria a poco a poco e senza rendersene conto”.

Ti ho aperto una delle mie tante nicchie, ti ho raccontato che quando tu la mattina prima di andare a scuola bevevi latte caldo con i biscotti, io bevevo acqua calda zuccherata; e forse, quando tu ti vestivi da adolescente a tuo piacere, io portavo quasi sempre gli stessi pantaloni con le ginocchia strappate e ricucite con le toppe.

Ho vissuto un’adolescenza dura e quando non ti trasmettono le basi per diventare uomo, allora vivi nella maniera che tu ritieni più giusta.

Dovrei dire che ho rubato perché ho sofferto la fame? No.

Rubavo perché volevo i pantaloni nuovi? No.

Perché volevo diventare il Robin Hood del mio quartiere? No.

Rubavo, rapinavo perché provavo piacere e una grossa soddisfazione, forse inconsciamente per una rivalsa verso quella società che ho sempre definito una brutta matrigna. Ricordo bene che più rubavo e più aumentava la mia autostima. Sì, più della metà della mia vita l’ho vissuta in carcere, ma quando rimettevo piede fuori rubavo ancora di più perché volevo “il meglio” per me e per la mia famiglia e non rubavo solo per questo, perché mi ricordo sempre diverso dagli altri quando ero piccolo, e diverso da uomo da altri uomini normali.

Cosa avrei potuto scegliere io a 17 anni? Ero già solo a veder morire l’unica persona che mi donava amore… mia madre stringendomi la mano mi disse “forza, non abbandonarti”. Cosa resta da capire quando la tua vita si trasforma senza che tu l’abbia previsto né voluto?

Se ripercorro la mia adolescenza, non ricordo né amicizie né festicciole di compleanni. Ho un vago ricordo di un bambino accarezzato e viziato e di mia madre che mi diceva: “tutto passerà”. Tutto è passato, anche la mia vita sta passando, visto che sono figlio di un tempo ormai troppo lontano per ricordarmene e ho la barba bianca a far da contorno a ciò che la vita fa: il suo corso.

Il tuo giudizio gratuito, senza cognizione di quello che io ho vissuto, mi ha fatto male. Ti ho apprezzato per la tua sincerità, ma non lo condivido. La mia vita l’ho vissuta a mio piacimento e non ho rimpianti, così doveva essere e così è stata. Forse ho qualche rimorso, ma questo è un altro fatto, un’altra vita.

Non avevo calcolato il tradimento. Arriva come una freccia, ma sembra che non abbia punta. All’inizio non senti dolore, lo rifiuti, dai la colpa al tuo stato di isolamento che ti fa vedere tutto strano perché dalla “bella vita” sei passato in una cella spoglia e cruda. In quella cella gli occhi restano aperti per un tempo che non segna le ore del giorno e della notte. E quando provi a chiuderli, hai paura che nella penombra di quelle mura arrivi la morte e poi… non puoi chiudere gli occhi di fronte alla realtà.

Ed ecco, quando meno te l’aspetti, Il tradimento! Tu che hai sempre creduto in valori che ti sembravano assoluti, ora sei qui, tagliato a metà, senza nessuna certezza, tranne il tradimento. Scavi dentro te stesso, apri tutte le nicchie, una discesa fino a toccare il fondo. Cerchi un appiglio, non vuoi giustificazioni, solo capire. Ti rappresentano come un carnefice, ma in realtà sei vittima. Alla fine non sei né carnefice né vittima, sei tu.

Passano le stagioni, tagli i rami secchi, le foglie marce e resti nudo dinnanzi a te stesso e alla tua anima. Sei vivo, in questo posto di morte apparente e non puoi arrenderti. Piano, molto piano qualcosa affiora, qualcosa per cui combattere: te stesso, la tua vita, il tuo futuro, l’amore. Ora sei più lucido, puoi guardare oltre te stesso. Ecco un ventaglio di possibilità da prendere al volo e capire. Ecco il Dottor Aparo, Silvia, Livia, i compagni che si stringono a te, senti che sei ancora importante oltre alla famiglia, anche per altri. Si riaprono le nicchie e deponi sotto gli occhi di chi ti capisce ciò che è stato il tuo passato, vuoi analizzarlo. Senti dentro la spinta che forse è il caso di fidarsi ancora, perché questa volta non sarai tradito, metti sul tavolo i sentimenti che hai vissuto, li vuoi condividere con chi non li ha vissuti e con gli adolescenti che ne traggono motivo per riflettere.

Il tempo non mitiga il dolore; forse è solo una visione diversa della vita che ti aiuta a farlo, la speranza del futuro. Ci sono persone in cui si deve credere ancora perché ti danno la forza, la speranza. Allora puoi aprire le nicchie, da loro ti lasci pure scorticare ma poi ti senti bene, perché finalmente dopo tanti anni non ti vedi puntato il dito, ma un sorriso di soddisfazione.

Spero che queste mie nuove aperture verso di voi vengano apprezzate perché scritte con sincerità e lealtà… senza santificazioni, sono stato troppo diavolo per essere santificato. Rimango sempre quel delinquente ben strutturato, che ancora a 55 anni va alla battaglia con chi la pensa in modo diverso per trovare un punto d’incontro e crede ancora che il tempo può essere sfruttato per cose positive come il nostro gruppo, per analizzare ciò che eravamo e ciò che forse avremmo voluto essere. Ma indietro non si torna!

Cara Silvia, sappi che nessuno si salva da solo e a ognuno si deve dare la sua possibilità di riscatto… anche se è il tuo stesso padre. Le ragioni non sono sempre dalla stessa parte, mettiti in gioco con Livia e scoprirete che in qualche modo tutti abbiamo dei difetti. Se non dovessimo vederci, vi farò avere questo scritto con l’amico Gualtiero.

Vi abbraccio tutti con affetto.

Opera, 15/09/2009