Un nuovo pubblico


Antonella Cuppari

  08-06-2004

Sabato ore 20.40. Mancano dieci minuti all’inizio del mio saggio di danza; sono agitata, le prove non sono andate benissimo e poi là tra il pubblico ci sono i genitori di tutte le bambine a cui insegno. Devo essere perfetta, non devo sbagliare.

Ale richiama la mia attenzione e mi dice che è arrivata Livia. Sollevata cerco il suo volto tra il pubblico e la vedo sorridere. Accanto a lei è seduto il suo ragazzo, mia sorella, mia madre, il suo compagno e i genitori del mio ragazzo. Occupano quei posti che una volta avrebbero occupati i miei giudici spietati.

Mi ritorna in mente lo spettacolo di gennaio, quando le stesse persone erano venute a vedermi ballare. Mi ricordo la tensione con cui ho danzato, mi sentivo un burattino costretto a muoversi. Non le vedevo, tanto ero schiacciata dalle mie stesse aspettative e pretese.

Vado ad incoraggiare le mie piccole ballerine, che trovo dietro le quinte in una attesa vitale. I loro volti hanno i soliti sorrisi; il palcoscenico per loro sembra non avere niente di diverso dall’aula in cui hanno ballato durante tutto l’anno.

Lo spettacolo sta per cominciare; io e le mie compagne di corso ci auguriamo buona fortuna; si comincia. Che strana cosa prepararsi un anno intero per un saggio che si conclude in tre ore.

Le luci sono posizionate in modo da illuminare un po’ il pubblico. Questa cosa in passato mi ha sempre mandato in crisi; quando danzavo era per me necessario non vedere il pubblico perché ero convinta che così facendo mi sarei potuta distrarre, avrei potuto sbagliare.

Ogni volta che sono in scena vedo Livia, Ale, mia madre; potrei distogliere lo sguardo e invece li cerco. Che gioia e soddisfazione poter danzare, pur tenendo lo sguardo rivolto verso il mondo, verso un nuovo pubblico, verso chi per me è importante. Così sorrido, un sorriso che non metto come maschera, come spesso ho fatto in spettacoli passati, ma con cui voglio comunicare loro che li vedo e che sto bene.

Danzo, rido, faccio degli errori, ma provo a fare del mio meglio. Dare il meglio di sé non corrisponde necessariamente alla perfezione. A pensarci bene, questa convinzione mi ha sempre portato ad essere distruttiva verso di me, mi ha sempre tolto il respiro e isolato dal mondo.

Oggi credo che una persona possa dare il meglio di sé quando si convince di avere qualcosa da scambiare, quando ha nella testa il ricordo di un lavoro comune in cui ha dato e ricevuto, sbagliato e ricostruito. Mi vengono in mente le parole di Aparo al convegno di Carate:

Le persone scoprono il piacere della relazione se possono lavorare con gli altri, se si sentono riconosciute, se sentono di avere un posto attivo nel mondo e non se il loro ruolo è limitato alla ricezione passiva di aiuto e di insegnamenti. Più una persona lavora e consegna agli altri i frutti del suo lavoro, più avrà il piacere di appartenere alla società e di riconoscersi nella società.”

Ho lavorato un anno per questo spettacolo, e in questo anno ho costruito e rafforzato relazioni importanti, soprattutto col gruppo. Sabato mi sono goduta i frutti di tutto questo cammino; i giudici che spesso mi hanno fatto sentire un insetto, si sono progressivamente tolti la toga e i loro volti hanno assunto i contorni delle persone con cui costruisco.

Un grosso grazie a Livia che nella danza e non solo è riuscita a prendere il posto dei miei fantasmi.