A qualunque costo

Alessandro Crisafulli

 

19-11-2011

Perché il cigno non vuole morire?

Il ballerino vive la sua condizione di emarginato come un’ingiustizia e perciò sente di avere il diritto di esprimere al meglio la proprie potenzialità. Dopo aver passato parte della vita ad attendere la “sua” occasione, finalmente gli viene proposto un ruolo di rilievo, seppure di breve durata: deve interpretare “la morte del cigno”.

Inizialmente è entusiasta, prende poi consapevolezza che non è stato scelto per il riconoscimento dei suoi meriti, ma solo per circostanze fortuite. E così, poiché il suo obiettivo è entrare nel gruppo in pianta stabile e dimostrare il proprio valore, elabora un piano assurdo: prolungare il più possibile la sua parte, non permettendo a nessuno di far morire il “cigno”. Concentrato solo su di sé, oltrepassa la linea di confine e perde di vista un principio fondamentale della vita in una comunità: non arrecare danno agli altri.

La conseguenza per aver violato il patto gli arriva addosso come un uragano, ma il ballerino, ormai delirante, non se ne accorge neppure. A seguito del suo scellerato atto, gli viene giustamente inflitta una pena da scontare in “purgatorio”, luogo che purtroppo, se non si è ben “centrati” si trasforma in un vero inferno. Qui si ritrova in una sorta di “girone dantesco”, dove la maggior parte delle persone completa la propria autodistruzione. Non trovando nessuno che investa su di lui, si perde, sprecando così la preziosa opportunità di analizzare e comprendere le sue lacune. Dopo avere scontato il castigo, si ritrova di nuovo in mezzo alla gente, ma paradossalmente si sente più solo che mai.

Inaspettatamente, gli giunge un’altra occasione: interpretare il ruolo di Mercuzio in “Romeo e Giulietta”. Anche questo personaggio, per ironia della sorte, deve morire durante un duello. Perciò il ballerino si ritrova ancora con il medesimo dilemma: attenersi al patto o tentare ancora di dimostrare il suo valore a qualunque costo?

Purtroppo opta per la seconda soluzione, provocando così il suo scollamento totale dalla società. Alieno a se stesso, non riesce ad accettare né a comprendere –probabilmente perché non ha avuto una vera guida-  che il limite impostogli dalla regola è in realtà una protezione. In queste condizioni diviene facile preda del “virus delle gioie corte”, il quale oltre a prospettare il raggiungimento a breve termine dei desideri, offre la possibilità di dimostrare, in primis a se stessi, di essere degni di venir presi in considerazione. Ovviamente si tratta di un’illusione, perché il desiderio di rivalsa non fa che perpetuare il dolore iniziale, innescando una reazione a catena che si conclude in una sconfitta definitiva.

Io comprendo il ballerino, anche se non lo giustifico. Ogni uomo di buon senso sa che le regole sono necessarie al buon funzionamento della società, perciò non possono esserci deroghe. Tuttavia, quest’uomo non è un criminale come lo sono stato io. A mio avviso la sua voglia di protagonismo è un’urgenza interiore, forse solo il timore che il tempo previsto per la sua esibizione non sia sufficiente per farsi apprezzare. In sostanza, ha paura di ricadere nell’oblio.

Ha sbagliato, e pertanto è stato giustamente punito; ma un uomo che commette per la prima volta un errore non va bollato come irrecuperabile; anzi, è doveroso spendere tutte le risorse possibili per cercare di rieducarlo. Il mancato adempimento di questo nobile compito istituzionale, il quale oltretutto è sancito anche dall’art. 27 della nostra Costituzione, può influire sulla recidiva.

Con ciò non voglio dire che le carceri sono piene di “ballerini”; tutt’altro. Credo, comunque, che si debba fare ogni possibile tentativo per recuperare le persone, non solo per restituire loro dignità, ma anche perché rimettere in circolazione una persona recuperata è certamente un grande vantaggio per tutta collettività. Come disse Dostoevskij: "il grado di civiltà raggiunto da un paese si misura dalle condizioni delle proprie carceri".