accettare senza capire è possibile?
Quando cominciamo a passare i fine settimana sul lago, eravamo molto giovani
e con pochi soldi. I parenti di lei ci concedevano l'uso di una villetta in
una conca boscosa, a circa un chilometro dallo specchio d'acqua.
Io avevo orari di lavoro strani, perciò spesso non arrivavamo che dopo
la mezzanotte del venerdì. Ma se non c'erano troppe zanzare, facevamo
una nuotata sotto la luna e poi ci riposavamo con la schiena contro un albero,
bevendo del vino bianco gelato e parlando del nostro futuro.
Un'estate comprai un barca a motore d'occasione, con cui costeggiavamo la
riva, ammirando le ville affacciate e chiedendoci come ci si doveva sentire
a possederne una così. Lei era pessimista: erano cose troppo care,
che non avremmo potuto mai permetterci.
Passarono gli anni. Nacquero due bambini e non andammo più nella villetta:
i suoi parenti l'avevano venduta.
Poi ebbi la fortuna nel lavoro e guadagnai molto denaro: più di quanto
avrei mai sognato di possedere, e ricordando quei fine settimana, tornammo
sul lago e comprammo una casa di.legni di cedro.
Era bellissima, circondata da grandi alberi secolari e il terreno scendeva
dolcemente fino ad una piccola spiaggia. Era tutto perfetto e non immaginavamo
che le estati fossero così belle.
A me piaceva andare a pescare il mattino presto e lei dormiva finchè
la svegliavano gli uccelli: allora chiamava i bambini, preparava la colazione
e mangiava con loro.
Facemmo amicizia con gli animali del bosco e con un picchio, ospite del nostro
albero più grande; con i contadini del luogo che ci rifornivano di
tante cose buone.
Il momento più bello della giornata era il crepuscolo. Lei amava i
tramonti. Si fermava sempre quando arrivavano e cercava la mia mano per guardare
insieme il sole che calava, cambiando il colore del lago: da blu a porpora,
da argento a nero.
Una sera le scrissi una poesiola:
il sole scivola giù
come una lacrima d'oro
un altro giorno
un altro giorno
se ne è andato
Mi disse che era triste, ma che le piaceva.
Quello che non le piaceva era il vento che annunciava l'arriva dell'autunno,
nonostante i suoi bei colori e le serate davanti al caminetto. Lei era una
persona estiva: adorava il sole.
In novembre riponevamo la barca, toglievamo l'amaca, chiudevamo tutto e tornavamo
in città.
Lei sospirava sempre quando partivamo da quel lago; poi, quando finalmente
arrivava la primavera, appena avuta notizia che il lago non era più
ghiacciato, tornavamo li, di nuovo felici.
Ogni estate sembrava più bella delle precedenti e i tramonti più
spettacolari: più preziosi.
Poi un fine settimana andai da solo a chiudere la casa per l'inverno. Lavorai
in fretta, cercando di non pensare che una certa sedia era la "sua"
preferita, che l'amaca era stata il "suo" regalo di Natale, che
la casa sul lago era stata il mio regalo per lei. Ma non lavorai abbastanza
in fretta, perché al tramonto ero ancora lì. Quel tramonto sembrava
una grande esplosione di arancione, proprio quello che lei amava di più.
Ci provai, ma non potei guardarlo da solo: non attraverso le lacrime.
Allora gli voltai le spalle, andai dentro casa, tirai le tende, chiusi la
porta e corsi via.
In seguito esposi sul davanti il cartello "Vendesi": forse la casa
sarebbe piaciuta ad una coppia che amava guardare i tramonti in silenzio.
Ci speravo proprio.
Lei morì nell'inverno del 1969: aveva solo 29 anni: io 31. I bambini vennero allevati dai parenti di lei che si stabilirono all'estero, oltre oceano. Non ne ho saputo più nulla. Finii presto "in disgrazia alla fortuna e agli occhi degli uomini". Sono in prigione dal 1992: piaccia a Colui che forse è di non permettere che io muoia qui dentro