Due posizioni umane di fronte
al destino: Prometeo sfida Zeus per compassione degli uomini; il Risorto obbedisce
al Padre per salvarli.
Prometeo - il nome (pre-veggente), già ne indica la dote principale -
era un semidio, figlio di Titano. Ce ne parla Esiodo, nella sua Teogonia, ma
soprattutto Eschilo nella geniale tragedia "Prometeo incatenato".
Egli aveva appreso da Atena tutte le arti utili alla civiltà (dalla matematica
alla medicina, dall'architettura all'astronomia, dall'arte della navigazione
alla metallurgia...) e le aveva diffuse tra i mortali.
Afferma il Prometeo di Eschilo: "...gli uomini prima non capivano e io
li ho resi coscienti e padroni del loro intelletto.(...) Prima guardavano e
non vedevano, ascoltavano e non sentivano, simili a forme di sogno, vivevano
a caso una vita lunga e confusa...".
Dunque il figlio di Titano, mosso a compassione per i mortali - simili a forme
di sogno, che vivevano a caso una vita lunga e confusa... - si schiera dalla
loro parte contro Zeus che odia gli uomini, perché sente la loro salvezza
(il diventar coscienti e padroni di sé) come una minaccia al suo potere.
Prometeo si fa così salvatore degli uomini, sottraendo agli dei il fuoco,
fattore genetico di civiltà. Per punirlo, Zeus decide di infliggergli
un supplizio atroce: lo fa incatenare nudo sulla vetta più alta del Caucaso,
condannandolo a soffrire il freddo e la fame che aveva voluto risparmiare ai
mortali. Ogni giorno un enorme avvoltoio viene a cibarsi del suo fegato immortale
che ogni notte si rigenera.
Ma Prometeo, la cui condanna è definitiva, resiste, indomito nella volontà,
contro il sopruso del capriccioso Zeus.