Il ruolo e le funzioni
degli agenti di polizia pentienziaria. I problemi legati alla loro professione,difficile,
ma ricca e appagante sul piano umano, sono spesso gli stessi vissuti dai detenuti
Lungo il percorso che ci
sta conducendo attraverso il sistema penitenziario italiano e internazionale
non potevamo trascurare di approfondire il ruolo e le funzioni di chi, nel
carcere, lavora quotidianamente: gli agenti di Poliizia Penitenziaria.
Per farci unidea più precisa dei problemi legati a questa professione,
abbiamo intervistato due agenti che operano a Milano. Dietro loro esplicita
richiesta, non pubblicheremo i loro nomi, limitandoci a indicarli con le lettere
A e B.
Come siete
diventati agenti di Polizia Penitenziaria?
A. Abbiamo partecipato
al primo concorso pubblico seguito alla riforma del 1990, nel 1993.
Era un concorso per 1200 agenti, su base regionale.
Si trattava
di un concorso per accedere al corso di formazione?
A. Sì,
come per tutte le forze pubbliche, per accedere al corso di formazione professionale
che precede leffettivo inserimento occorre fare un concorso.
Se ammessi, alla fine del corso si riceve una valutazione e, se lesito
è positivo, è possibile iniziare a lavorare come agenti di Polizia
Penitenziaria. Il nostro corso di formazione era della durata di sei mesi.
In Italia
ci sono diverse scuole di formazione di polizia penitenziaria.
A. Sì,
ci sono sei scuole, dislocate su tutto il territorio. Io sono andato alla
scuola di Portici, mentre il mio collega è andato in quella di Monastir,
in Sardegna. Il corso prevedeva la formazione, il perfezionamento e anche
un periodo di tirocinio.
Quali
sono gli insegnamenti previsti?
B. Materie didattiche
che comprendono le fonti del diritto, la procedura penale, lordinamento
penitenziario. Ci sono poi degli insegnamenti chiamati tecniche penitenziarie,
e materie definite accessorie, perché non fanno punteggio
pur essendo importanti, come criminologia e tecnica delle comunicazioni. Questo
per quanto attiene allaspetto didattico. Cè poi un aspetto
pratico, che comprende discipline come armi e tiro o arti
marziali.
Come mai
avete deciso di frequentare questo corso? Quali sono state le vostre motivazioni
di fondo?
A. Sia io che
il mio collega siamo figli darte. Entrambi i nostri padri
svolgono o hanno svolto la nostra stessa professione. Immagino, quindi, che
siamo stati influenzati dal clima familiare.
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Accade spesso
che chi sceglie la vostra professione sia figlio darte? La riforma del
1990 ha migliorato la vostra posizione? |
Andiamo
con ordine. Dopo il corso di formazione dove siete stati mandati? Il corso
vi aveva preparato a affrontare le situazioni in cui vi siete trovati a operare?
A. Niente potrebbe
preparare a affrontare una situazione come quella che vive chi sta dentro
il carcere. Certo, il periodo di tirocinio tutelato, in cui abbiamo svolto
più che altro il ruolo di osservatori, è stato molto utile.
Come è
possibile riuscire a mantenere sempre il giusto equilibrio?
B. Dipende dal tipo
di detenuto che si ha di fronte, se si tratta di un delinquente incallito,
che magari appartiene alla criminalità organizzata, oppure di una persona
che ha fatto qualche bravata, oppure, ancora, di un innocente (purtroppo ce
ne stanno parecchi in carcere!). Quando ho iniziato a lavorare sul campo
credevo che i detenuti mi avrebbero rispettato per forza, perché ero
un agente. Ho imparato, invece, che il rispetto occorre guadagnarselo, senza
nascondersi dietro la divisa. Quando gli viene tolta la libertà, un
uomo cambia totalmente. Rapportarsi con delle persone private della libertà,
costrette per di più a vivere in condizioni di sovraffollamento e di
disagio, non è semplice.
A. Per me è stato difficile trovare un equilibrio tra lo svolgimento
del mio dovere, operando in maniera intransigente, mettendo in pratica il
regolamento e, al tempo stesso, la necessità di comprendere i problemi
di una persona con i suoi bisogni, le sue esigenze. Ho lavorato per circa
otto mesi al reparto colloqui. Limpatto con la famiglia è il
momento più delicato perché entrano in gioco fattori quali lumiliazione,
la vergogna. Al loro posto, non credo che sarei capace di reggere.
B. Io ho iniziato la mia esperienza nel corpo penitenziario in una struttura
di massima sicurezza, dove lo spazio per i rapporti interpersonali è
davvero poco. In seguito sono stato trasferito in istituto, in un reparto
dove sono detenute le persone che hanno commesso i reati a sfondo sessuale
oppure i collaboratori di giustizia di scarsa importanza. Persone, queste,
emarginate dagli altri detenuti. il nostro compito è garantire sicurezza
a chi sta fuori, ma soprattutto, a quelli che stanno dentro. La
società, però, non è a conoscenza dei diversi aspetti
del nostro lavoro, preferisce non pensare allesistenza del carcere,
il carcere dà fastidio.
Come valutare
le iniziative allinterno del carcere promosse da esterni?
Penso a recite teatrali oppure, più di recente, addirittura sfilate
di moda...
A. Per il Corpo
di polizia penitenziaria sono un elemento di disturbo.
B. Sono un elemento di disturbo dal punto di vista della sicurezza., perché
implica un maggiore controllo.
A. Certo, per il detenuto possono essere iniziative che apportano un sollievo,
che contribuiscono a attenuare la sua aggressività. È evidente,
però, che quando le iniziative si accumulano, per noi diventa diffcile
svolgere al meglio il nostro lavoro. Bisogna poi stare attenti al pietismo.
Le diverse iniziative hanno senso se poi sono finalizzate a qualche cosa,
a un obiettivo concreto. Non serve a nessuno che qualcuno venga in carcere
per dire povero detenuto! e poi se ne vada lasciando le cose come
prima. E poi, bisogna non farsi strumentalizzare da questi meccanismi. Offrire
tutto a tutti non serve a nulla. Individuiamo delle persone che sono recuperabili,
e inidirizziamo gli sforzi nella loro direzione.
A. Un cantante, un politico, uno stilista che vengono in carcere, la maggior
parte delle volte lo fanno per farsi pubblicità.
Gli agenti
di polizia penitenziaria, allesterno, hanno unimmagine poco chiara.
B. La gente non
ha una conoscenza storica del nostro corpo. Le cose, come dicevamo, stanno
cambiando. Il ministro della Giustizia Diliberto sta facendo molto. Resta
il problema della chiusura nei nostri confronti da parte della società.
A mio avviso cè anche un eccessivo vittimismo e pietismo nei
confronti della popolazione detenuta e anche nei confronti della Polizia penitenziaria.
A. Lo status giuridico nostro è pari a quello dei Carabinieri e della
Polizia di Stato...
B. Ci offende vedere come spesso veniamo trattati dai giornali, alla stregua
di aguzzini!
Questo
per quanto riguarda i rapporti con lesterno. Dentro, quali
sono le maggiori difficoltà?
A. Il nostro lavoro
è appagante sul piano umano. Col tempo si acquisisce una sensibilità
fuori dal comune. Si riesce a guardare in faccia le persone e a capire che
persone sono. Io ho conosciuto persone con trentanni di servizio che
avevano una percezione ambientale eccezionale. I nostri problemi, però,
sono di tipo più organizzativo, e sono gli stessi dei detenuti. Risolverli,
significherebbe apportare anche un consistente beneficio a loro. Prima della
legge Gozzini del 1986 il carcere era un inferno, sia per noi che per i detenuti.
Si doveva ricorrere quotidianamente allimpiego della forza.
B. La legge Gozzini ha insistito sulla necessità della rieducazione.
Negli ultimi anni, il sistema penitenziario italiano è molto migliorato.
Sulla carta è il migliore al mondo. Occorre però tenere presente
che la maggior parte delle persone che si trovano in carcere ci sono già
state. Questo significa che il carcere è una scuola di delinquenza.
Il carcere non è aperto sulla collettività. La legge istitutiva
dellOrdinamento penitenziario, del 1975, e quelle che si sono succedute,
la legge Gozzini e la Simeone, prevedono un sistema risocializzativo che è
monco alla base. Si vuole curare chi ha commesso un reato, ma
non si vuole prevenire la commissione del reato stesso. Come può il
minore evitare di entrare nelle fila della delinquenza? Perché non
si creano delle strutture alternative alla strada? Una volta che entri in
carcere, difficilmente riesci a uscirne.
A. Occorrerebbe applicare un sistema differenziato. Un diciottenne che entra
in carcere per la prima volta magari perché ha fatto una bravata e
finisce in cella con una persona che deve scontare una pena di trenta anni,
nel novanta per cento dei casi diventa un delinquente.
I vostri
compiti istituzionali prevedono che voi partecipiate al reinsermento del condannato
nella società.
A. Prima di tutto,
noi dobbiamo garantire la sicurezza e il controllo dei detenuti. Migliorare
significa, nellambito del nostro servizio, cercare di creare un clima
più collaborativo, e un coordinamento più efficace, che ci aiuti
a agire in tutti gli ambiti connessi al sistema carcerario, laddove, per esempio,
sono previste le misure alternative. Il carcere è un microcosmo, dove
si trovano tutti i tipi di persone, il ricco e il povero, il giovane e il
vecchio... Noi siamo un corpo di polizia ma non abbiamo delle sezioni, dei
dirigenti, non siamo equiparati agli altri corpi.
B. Le cose stanno cambiando, poco a poco. Alcuni giudici e magistrati stanno
riconoscendo che le nostre funzioni vanno anche al di là del controllo
dei detenuti. Recentemente, a Roma un Gip (Giudice per le indagini premilinari,
ndr) ha richiesto lintervento di alcuni nostri colleghi per una perquisizione.
Noi dovremmo anche occuparci di alcuni interventi particolari allinterno
dellistituto.
A. Mi chiedo perché quando vengono commessi dei reati allinterno
degli istituti penitenziari la polizia penitenziaria non possa condurre le
indagini interne. Sarebbe anche una questione di opportunità e economicità...
B. Non abbiamo figure carismatiche a capo del corpo, che portino avanti le
nostre istanze. Questo reca un danno allimmagine della di polizia penitenziaria.
Come funziona
negli altri paesi?
B. A differenza
di altri paesi, in Italia cè la differenziazione dei Corpi. È
il sistema migliore perché la divisione dei poteri garantisce una maggiore
democraticità.
A. Se vogliamo acquisire maggiore dignità, non dobbiamo andare nella
direzione dellomologazione. Dobbiamo cercare di fare in modo che le
nostre specificità siano rispettate e riconosciute.
B. Per molti anni, gli agenti del nostro corpo non hanno potutto effettuare
una reale carriera. Inizialmente gli Agenti di custodia avevano un trattamento
diverso, anche dal punto di vista economico, rispetto agli altri corpi. Oggi
le cose sono cambiate, stiamo meglio. Noi, per esempio, non abbiamo i turni
massacranti della Polizia di Stato.
A. Sono cose che ci siamo conquistate duramente, con il nostro lavoro. I miglioramenti
che sono sopraggiunti, li abbiamo pagati a caro prezzo. Noi svolgiamo un lavoro
durissimo, che richiede anche un briciolo di incoscenza. I rischi che corriamo
sono altissimi.
Da quello
che si legge solitamente sui giornali, i due grossi problemi del carcere sono
la penuria di agenti di Polizia penitenziaria e il sovraffollamento, due problemi,
ovviamente, collegati.
B. Ogni anno, le
leggi Finanziarie tagliano i fondi e le risorse. Persone che fanno il concorso
per entrare nel nostro corpo ce ne sono anche troppe.
Eppure
il presupposto che sta alla base della struttura carceraria italiana è
tutti siano recuperabili.
B. Rieducare le
persone è interesse della collettività. Reinserire una persona
che ha settanta anni e che per quaranta è stata un boss camorristico,
mi sembra francamente improbabile. Intervenire, invece, su una persona che
è alla prima detenzione che magari ha diciotto anni, è una cosa
diversa. Quindi, cechiamo di non offrire tutto a tutti, ma non precludiamo
niente a nessuno.
Che ruolo
avete nella rieducazione dellindividuo detenuto?
B. Il detenuto si
rapporta con noi in un modo che differisce da quello adottato con lo psicologo,
con lispettore, con il prete. Possiamo vedere nella quotidianità
come si comporta una persona, quali sono i suoi problemi. Spesso siamo quelli
che portano vera solidarietà al detenuto. Noi siamo quelli che fisicamente
salviamo loro la vita, diamo una parola di conforto. la rieducazione non la
fanno gli psicologi, la facciamo noi. Dobbiamo comunque agire nellambito
dei limiti istituzionali, senza mai oltrepassarli. Non dimentichiamo che la
sicurezza è la nostra massima priorità.
Dovreste
garantire la sicurezza del detenuto anche fuori dal carcere.
A. Certo. Per problemi
di organico, non ci è possibile, ma noi dovremmo anche effettuare i
piantonamenti fuori dalle camere dellospedale, sorvegliare i detenuti
agli arresti domiciliari, accompagnare i detenuti extracomunitari che devono
essere espulsi, e così via, purtroppo siamo troppo pochi, e questi
compiti vengono svolti dalla polizia di Stato. Questo, del resto, è
quanto previsto dalla legge.
Questo
per quanto attiene al discorso sulla sicurezza.
B. Per quanto riguarda
laspetto rieducativo, larticolo 5 della legge 395 dice anche che
lagente partecipa anche alle attività di osservazione e
di trattamento rieducativo del detenuto.
A. Nellequipe di osservazione e trattamento che è istituita allinterno
del carcere vi è anche un ispettore della polizia penitenziaria. Questo
è il solo aspetto che, legalmente, coinvolge lagente nel reinserimento
sociale del detenuto.
Occorre tenere presente che noi non siamo assistenti sociali. Non siamo neppure,
però, come spesso ci dipingono, degli aguzzini.
Cerchiamo di farci rispettare prima di tutto rispettando gli altri e facendo
bene il nostro lavoro. I compiti dellagente, di fatto però, si
svolgono nel momento in cui la persona viene inserita allinterno della
struttura: viene immatricolata, e di lei si occupa lufficio matricola,
viene perquisita...
B. Nel tempo abbiamo acquisito una certa professionalità e sensibilità.
Occorre prestare unattenzione particolare. Un pezzo di carta, una penna,
possono diventare vere e proprie armi. Un orologio, una fede, possono diventare
strumenti di corruzione. Ci sono gli agenti del casellario che si occupano
del sequestro e della conservazione di questi oggetti.
Ci sono agenti che collaborano con il personale medico e con gli psicologi,
ci sono poi gli agenti di sezione.
Agenti che svolgono il servizio di sicurezza per il muro di cinta, agenti
che si occupano del servizio di sicurezza al reparto colloqui, agenti che
si occupano della manutenzione dellistituto, della contabilita...il
carcere ha le stesse dimensioni della società, e al suo interno accadono
mille cose di cui occorre prendersi cura.