Il termine"sfida" deriva dal verbo s-fidare, che aggiunge una "s" privativa al verbo fidare/si. Per sfida, quindi, si intende generalmente la rappresentazione di una lacerazione, una rottura di accordi espliciti o impliciti o, più semplicemente, di uno stato di cose che, fino ad un dato momento, era stato parte integrante della vita. Ad un certo punto scatta qualche cosa, si verifica un cambiamento per cui quello che fino ad allora aveva semplicemente fatto parte di una condizione stabile non viene più ritenuto accettabile.
Nel regno animale le sfide tra individui della stessa specie avvengono per
stabilire le gerarchie nel branco, per l'accoppiamento o per la conquista
del territorio.
Nei gruppi umani non doveva essere molto diverso. Il modello sociale costruito
sul nucleo familiare ha in seguito costituito il motivo della prima e ineludibile
sfida, che si rivolge all'autorità genitoriale.
Questo da tempi antichi, il mito di Edipo non è solo la rappresentazione
mitica di un desiderio, ma si consuma tutt'oggi nella trasposizione simbolica
di un conflitto tra un'autorità forte (quella genitoriale) e gli impulsi
emergenti dei figli, che sono protesi alla conquista di nuova autonomia. L'ambito
familiare diviene ad un certo punto troppo angusto e soffocante per l'adolescente
alla ricerca di una soddisfazione di nuovi bisogni che lo spingono per forza
di cose verso l'esterno, dove possono trovare possibili gratificazioni.
Tale passaggio non è indolore, perché lo scontro avviene proprio
con coloro i quali, fino a poco prima, costituivano tutto il loro mondo. Per
i genitori il compito è ancora più difficile, devono calibrare
il loro innato sentimento di protezione con la sempre più pressante
richiesta di autonomia ed indipendenza da parte dei figli.
Questa tappa segna il futuro di chi la compie perché diventa il paradigma,
il modello sul quale prenderanno forma e misura tutte le sfide successive.
L'emancipazione dalla famiglia infatti costituisce solo un inizio, dopo il
quale ci si trova ad affrontare altre regole, altre autorità, altre
costrizioni e norme che molte volte viviamo come impedimenti alla nostra realizzazione.
Si potrebbe raffigurare metaforicamente il nostro destino comune con quelle
bamboline russe, le matrioske, che sono una dentro l'altra in ordine crescente:
ci si libera da un guscio solo per trovarne un altro, solo un pochino più
grande. D'altra parte la libertà si definisce solo in rapporto ad un
limite con il quale ci si confronta, nel tentativo di travalicarlo quando
non si riesce a riconoscerlo come proprio, cioè ad arricchirlo di significato
e di valore.
Purtroppo non c'è sempre coincidenza tra le regole che noi stessi ci
diamo e quelle del vivere comune; spesso le mediazioni falliscono, e il mondo
che ci circonda ci appare come estraneo e nemico. La devianza è solo
un tentativo di raggiungere obiettivi ambiziosi per la strada più breve
e sbrigativa. Questa via porta però ad una sorta di feticismo che scambia
la parte per il tutto: per esempio il denaro come simbolo di un inconfessabile
successo, il potere con il timore e la paura ecc.. Anche la droga o l'alcol
contrabbandano la sensazione di benessere e l'euforia del successo e della
riuscita con la riuscita stessa, che non tarda però a rivelare la sua
natura passeggera ed illusoria.
Lo stato poi è un padre che oscilla tra l'indifferenza e la sanzione
inflessibile dei nostri tentativi di rivolta, che comportano di rigore l'emarginazione
e l'ostracismo.
La sua risposta è la prigione, che assolve la sua funzione attraverso
tutta una serie di dispositivi disciplinari e di controllo che dovrebbero
produrre l'obbedienza ai suoi comandi ed ai suoi meccanismi di inclusione/esclusione.
In verità questo potere fa molto di più, perché domina
strutturando parametri e limiti del pensiero e della pratica, sanzionando
e prescrivendo i comportamenti normali e/o quelli devianti. Non lascia alcuno
spazio all'elaborazione personale e all'assunzione di responsabilità
liberamente assunte, ma prescrive solo la conformità o meno ai comportamenti
ed alle modalità di pensiero e d'espressione. Tutto questa incrementa
ancora di più il senso di estraneità e rifiuto, rendendo gli
strappi sempre più difficili da ricomporre.
Le coazioni si susseguono come ripetizioni della cattiva risoluzione alla
prima sfida in ambito familiare, sempre diverse ma in fondo sempre uguali,
riproduzione di un medesimo che si perpetua come un destino. Il succedersi
delle sue figure si innesta su altri fallimenti, innescando un circuito perverso
che conduce in un vicolo cieco, nel quale si è doppiamente prigionieri.
Così la sfida si ripropone a livelli sempre più elevalti, come
per il giocatore sforunato che è costretto a raddoppiare ogni volta
la posta nel tentativo di recuperare, in un sol colpo, tutto quello che ha
perduto nei precedenti.
Questo è inevitabile soprattutto per coloro che dispongono di scarsi
strumenti per combattere ad armi pari contro chi li esclude e li prevarica,
tantopiù quando dalla propria parte non c'è niente da perdere,
solo le nostre catene; nel qual caso non val forse la pena tentar di raddrizzare
una vita trascinata alla deriva dall'emarginazione e dal rifiuto?
Una soluzione, seppur parziale ed illusoria, è pur sempre meglio di
niente.