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Intervista sulla sfida |
Quali personaggi della storia, della mitologia, della letteratura, dell'arte,
della scienza, dello sport, Le vengono in mente pensando alla sfida?
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Da un punto di
vista sportivo mi viene in mente Maradona, un calciatore talmente grande
che non poteva confrontarsi quasi con niente. Per quanto riguarda i miti del passato mi vengono in mente eroi classici quali Ulisse, ma anche gli stessi popoli, quali i greci e i romani, che hanno avuto la capacità di assorbire la cultura degli abitanti dei luoghi conquistati e di digerirla. Per quel che concerne l'arte immediatamente ho l'immagine di Michelangelo, Leonardo da Vinci e delle loro opere. In campo cinematografico mi viene in mente la scena di un film con Jack Nicholson, "Qualcuno volò sul nido del cuculo", in cui il protagonista cerca di sollevare un lavabo senza riuscirci, anche se almeno ci ha tentato. |
Può darci qualche aggettivo, qualche definizione per definire una
persona che lancia una sfida e una persona che riceve una sfida?
Un aggettivo potrebbe sì identificare il significato del termine
sfida, ma secondo me lo limita. Non sono incline a dare aggettivi perché
essi rischiano di dare una falsa rappresentazione del termine.
Quali possono essere le cause e le finalità che spingono gli individui
a rischiare lanciando delle sfide? Cosa sta alla base di una sfida?
Secondo me, a livello personale, alla base di una sfida può esserci
la noia, la frustrazione, lo stare male e il desiderio di stare meglio.
La sfida rappresenta un interesse collettivo per migliorare a tutti i livelli.
Esiste sempre una persona che sente la propria condizione come limitante,
ma riferirsi unicamente alla sfida individuale è secondo me fuorviante.
La "sfida dell'eroe" andrebbe forse lasciata un po' da parte perché
va al di là dell'umano. E' forse più reale la sfida di un impiegato
e, in quanto tale, andrebbe valorizzata di più di una sfida che accelera
e che brucia le tappe. Secondo me è quindi importante un recupero dell'
"eroismo del quotidiano".
Possiamo provare a individuare alcune categorie di sfida? Quanti tipi
di sfida esistono?
Io credo che le "molle", le motivazioni che muovono i diversi
tipi di sfida siano le stesse mentre quello che cambia è il contesto.
Che rapporto c'è tra sfida e narcisismo, sfida e istanze evolutive,
sfida e conflitto?
A volte la sfida e il narcisismo possono coincidere perché la società
impone spesso questo tipo di modelli.
Accade anche, però, che sia la vita a porre delle sfide e in questo
caso è l'evento, la necessità di superare uno status quo che
spinge una persona ad "alzarsi dalla sedia" e sfidare. In questo
caso l'aspetto narcisistico è del tutto assente.
Cosa rimane ad una persona di una sfida, sia che essa la vinca o la perda?
Di una sfida rimane comunque il fatto di non aver rimpianti o rimorsi
per non averci provato. Se la sfida è vincente, allora c'è anche
la soddisfazione, mentre se la sfida ha un esito diverso da quello sperato
allora bisogna avere il coraggio di ricominciare da capo. Del resto: "Non
tutte le sfide riescono col buco".
Quali differenze e quali analogie si possono cogliere fra la sfida di
un adolescente e quella di un adulto?
I ragazzi hanno l'entusiasmo di chiedere, di pensare e di agire, mentre
l'adulto sembra aver dimenticato le turbolenze dell'anima e le sfide affrontate
per adeguarsi al mondo. La persona adulta tende a mortificare gli entusiasmi
dell'adolescente, forse per gelosia di qualcosa che lui non ha più.
Sembra quasi una sorta di "sindrome del faraone" che desidera che
tutto il mondo muoia insieme a lui.
La sfida di una donna è diversa da quella di un uomo?
Secondo me sì, perché la donna ha uno status sociale diverso
dall'uomo e perché a causa della sua natura biologica è legata
a determinate vicende (gravidanza, maternità
). Si può
dire che la donna parte da "qualche metro" di svantaggio ma, nonostante
ciò, molte riescono egregiamente a sfidare perché sono più
plastiche e si sanno meglio adattare rispetto ad un uomo.
Secondo Lei la nostra società lancia dei messaggi di sfida?
Sì, secondo me la nostra società lancia messaggi di sfida
tutti i giorni anche se il cittadino spesso è poco convinto. Siamo
in una fase non molto eroica, siamo in un momento quasi "sedato"
forse a causa di modelli di vita che riportano alla quiescenza e alla sedentarietà.
A questo proposito mi viene in mente un romanzo di Orwell "1984"
dove si narra di una società governata da un
"grande fratello" che vedeva tutto e dove regnava una quiescenza
totale. Questo personaggio faceva un lavoro sulle coscienze, sulle memorie
e sulla storia; lui deteneva il presente e falsificava il passato per avere
potere nel futuro.
Secondo Lei affrontare delle sfide nel corso della nostra vita è
inevitabile?
Sì, è inevitabile. Io, nonostante sia una persona pigra,
mi trovo costretto a sfidare. La sfida al mio paese è, per esempio,
uscire di casa per cercarsi un lavoro, è sforzarsi di essere onesti.
Per entrare più nel dettaglio della sua funzione all'interno del
carcere, qual è la sua sfida personale quale direttore del carcere
di San Vittore?
Il carcere è un luogo chiuso mentre l'uomo è per natura
un essere libero; questa è la parte strutturale e fisiologica del carcere
che fa male, in quanto costituisce un ambiente innaturale per l'uomo.
Un altro motivo per cui il carcere fa male deriva dalla non applicazione delle
leggi all'interno dello stesso.
Anche se questi due aspetti negativi del carcere venissero risolti, esso sarebbe
comunque sbagliato perché funzionalmente è così. Se l'obiettivo
della pena deve essere il reinserimento, la rieducazione del detenuto, non
è possibile che una struttura chiusa, isolata possa funzionare per
questo. Per questo scopo è necessario ricreare un "humus",
che dia la possibilità di riportare il detenuto fuori; insomma, paradossalmente,
bisognerebbe riaprire il carcere per creare le condizioni adeguate per una
vita sociale onesta. Ecco che quindi in alternativa al carcere sono più
indicati trattamenti di libertà che, oltre a costare meno, punterebbero
meglio alla risocializzazione. In questo modo il carcere verrebbe privato
della caratteristica di "misura trattamentale" e lo si riporterebbe
a quello che realmente rappresenta, cioè una difesa sociale, un momento
interdittivo nelle situazioni più pericolose.
Come si possono conciliare i due obiettivi della pena sanciti dalla costituzione
(difesa sociale, risocializzazione del reo)?
Non so se la difesa sociale sia un obiettivo che viene raggiunto da una
pena di soli 6 mesi; lavorando solo sulla giustizia penale e retributiva si
dimentica che il problema riguarda la giustizia distributiva. Non si può
soltanto imporre ad un detenuto cosa deve o non deve fare e poi tirarsi indietro
e non garantirgli uno spazio in cui dimostrare se è cambiato.
Stando bene a vedere, anche il trattamento ha una funzione di difesa sociale
perché depotenzializza. Non è detto che per reinserire, rieducare,
bisogna sempre punire, così come non è detto che ogni aspetto
pedagogico debba passare per la punizione.
La costituzione parla inoltre di pena e non di carcere; quest'ultimo probabilmente
non è adatto per il tipo di pena che la costituzione prevede. Ovviamente
il carcere ha una sua utilità: isola chi è sentito come pericoloso,
anche se stabilire chi sia o non sia pericoloso può essere arbitrario.
Il carcere non è quasi mai un campo neutro e, anzi, finisce quasi sempre
con l'essere deleterio.
Ma il carcere è sempre esistito?
Il carcere, inteso nell'accezione moderna, si impone nell'era illuministica
in cui le altre pene si erano rivelate eccessivamente cruente e sembravano
non servire più. Ecco che allora nasce l'idea di frazionare il tempo
che uno deve trascorrere in carcere in base al reato commesso, e nasce la
possibilità di far riavvicinare al bene il detenuto. E' solo in questo
momento che il carcere viene visto come una pena da scontare e non come un
luogo dove il condannato a morte attende di essere giustiziato.
Se il carcere, in quel periodo, è nato da una rivoluzione culturale,
ciò non significa che debba essere così per sempre. Sarebbe
auspicabile oggi una rivoluzione culturale della portata di quel tempo.
Lei parla di rivoluzione culturale: ci sono però molte persone
che si dichiarano favorevoli alla pena di morte. Lei non vede questo fenomeno
come un "tornare indietro" verso quelle pene cruente che hanno preceduto
il carcere?
No, io non leggo il fenomeno in questo modo. E' importante porre l'accento
sulla funzione che una pena ha, bisogna chiedersi se il carcere raggiunge
effettivamente quanto si propone. Evidentemente non è così.
La pena di morte invece, nella sua tragicità, sì; come "prevenzione
speciale" è "ottima", così come lo è l'ergastolo.
Il malcontento quindi deriva, secondo me, dal fatto che allo stato attuale
il carcere non adempie alla sua funzione; desocializza invece che risocializzare.
Come vive Lei la Sua sfida, se da un lato rappresenta il carcere, in quanto
direttore, e dall'altro è consapevole dell'inutilità del medesimo?
La mia sfida è quella di creare le condizioni che permettano al
detenuto di scegliere una strada percorribile con sacrifici; queste condizioni,
non devono essere legate al trattamento che il carcere prevede, ma devono,
per esempio, provenire da un gruppo non istituzionalizzato, qual è,
per esempio, il gruppo della trasgressione. Si tratta di una sfida ad una
società che crea il carcere, che affida ad esso il compito di isolare
il detenuto, laddove invece dovrebbe creare, non solo un cordone di sicurezza,
ma imporre in termini di coscienza cosa bisogna e cosa non bisogna fare.
Dentro di me, quindi, c'è l'utopia di sostenere che il carcere non
serve per superare quest'impasse, di voler mettere carcere e società
muro contro muro per dimostrare come altre misure trattamentali siano, per
molti detenuti, più adatte del carcere.