La tripla carcerazione |
Angelo Aparo |
Il pedofilo seduttore cerca di pilotare la sua vittima verso il piacere della
passività; il violentatore, più semplicemente, la costringe a
farsi oggetto passivo per esaltare il desiderio di chi la oggettualizza, desiderio
che ha tanto più bisogno di esprimersi annientando l'identità
della vittima, quanto più, a suo tempo, era stato sedotto, violentato,
negato.
Quanto appena descritto viene però accompagnato, anche se in maniera
oltremodo contraddittoria, da una latente aspirazione a trovare la strada per
realizzare un diverso rapporto con se stessi e con le figure adulte che avevano
segnato tanto pesantemente la loro storia personale. Nel mentre viene esercitata
la violenza sulla vittima, a questa viene infatti inconsciamente e paradossalmente
richiesto di valorizzare gli aspetti e i sentimenti positivi che il pedofilo
e il violentatore cercano dentro di sé. L'uno e l'altro coltivano infatti
la fantasia di farsi accettare dalle loro vittime e, addirittura, di volerle
aiutare ad esprimere desideri che esse "non sanno di avere".
In altri termini, una parte dell'intenzione inconscia consiste nel tentativo
di recuperare retroattivamente il rapporto subito in passato con l'adulto allo
scopo di cercare nella ripetizione attuale di quel rapporto non solo la possibilità
di un ruolo più attivo per sé, ma anche uno spessore affettivo
e una apertura verso l'altro che il rapporto di allora non aveva consentito.
La persona che esercita violenza sessuale sull'altro affida alla sessualità
il compito di ristrutturare le proprie vicende precoci per passare dal ruolo
di vittima di violenze e abbandoni a quello di chi, invertendo i ruoli, tenta
disperatamente anche di modificarli, cercando lo spazio per una illusoria reciprocità.
Tentativo illusorio appunto! Il risultato è inevitabilmente la trasmissione
di una ferita che, con buone probabilità, indurrà il suo nuovo
portatore a tentativi auto-terapeutici altrettanto fallimentari.
Lasciando a chi è fuori l'indignazione, la Legge non può trascurare
che chi agisce la violenza sessuale è, a sua volta, vittima coatta, incapace
di riappropriarsi dei propri desideri in altro modo che non sia quello di strapparli
all'altro.
Se da un lato è giusto che vi sia una condanna, dall'altro non possiamo
trascurare che il violentatore, prigioniero delle vicende che lo hanno reso
incapace di rispettare lo spazio dell'altro, ha bisogno di recuperare un proprio
spazio per riconoscersi. L'obiettivo della Legge non può quindi limitarsi
a ridurre ulteriormente gli angusti confini entro cui questi soggetti vivono,
nemmeno se lisolamento cui essi vengono costretti in carcere risponde
all'obiettivo di "proteggerli" dal giudizio e dalle rappresaglie degli
altri detenuti.