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Concordo sul fatto che non è detto che le persone che stanno fuori siano
sempre necessariamente più oneste delle persone che stanno dentro, ma
perdonate la franchezza, trovo che il concetto, così
come è stato espresso da Tiziana, sia una generalizzazione superficiale
che non può rappresentare in alcun modo la nostra posizione.
Il carcere è una realtà concreta, fisica, innegabile.
Pur credendo che le persone pericolose possano essere anche quelle fuori in
giacca e cravatta, non credo assolutamente che, solo per questo, le persone
dentro diventino migliori di altre. E' un discorso complesso, su un campo
minato, e vorrei che nessuno, nè tra il gruppo della trasgressione
interno nè tra quello esterno, fraintendesse.
Io credo che dentro al carcere ci siano persone non peggiori di altre, ma nemmeno
migliori, che in qualche modo hanno commesso un reato che è stato punito
(e concordo che il sistema carcerario possa anche essere inutile sotto certi
punti di vista, ma sta di fatto che esiste).
Se non è compito nostro giudicare, credo che non lo sia nemmeno giustificare,
e tantomento ricorrere ai luoghi comuni!
E' vero che la cattiveria subdola può essere altrettanto deleteria,
come dicevano ieri Pippo e Tiziana, ma questo non
significa che i reati "manifesti" siano meno gravi, anzi.
Vorrei che si evitasse di arrivare a pensare che le persone dentro sono migliori
di altre, vorrei che non arrivassimo mai a giustificare, e la mia paura è
che ricorrendo ai luoghi comuni si arrivi a questo.
Io credo che un atteggiamento del genere non possa giovare a nessuno, nè
a noi studenti, nè tantomeno ai detenuti.
Credo che Ivano abbia centrato il punto della situazione quando ha detto che
se, a vent'anni, avesse incontrato nel carcere persone come noi, in grado
di "avvicinarlo" allo società, forse avrebbe avuto più
occasioni di riflettere e non sarebbe ritornato in galera. L'occasione di
riflettere non nasce dal trovare giustificazioni, ma anzi, dal guardare le
cose con spirito critico. Per guardare le cose con spirito critico, secondo
me, è bene superare i luoghi comuni.
Mi sembra palese che nessuno di noi, dal momento che entra in carcere, abbia
pregiudizi sui detenuti, e siamo tutti d'accordo nel restare lontani da un atteggiamento
giudicante, ma dovremmo essere altrettanto distanti da un atteggiamento buonista,
che confonde ancora di più le cose. Se così facessimo, rischieremmo
di creare, per sfatare un pregiudizio, un altro pregiudizio.
Tutti i detenuti ieri hanno ribadito, chi più chi meno, il concetto che
vogliono "capire", e credo che questo sia l'essenza del giusto percorso.
Ma penso che per capire noi stessi e per offirire agli altri spunti di comprensione
dire che la gente fuori è peggio di quella dentro non serva a nulla.
Sinceramente non credo nel potere assoluto dell'amore.
Concordo sul fatto che sia importante, che avere qualcuno accanto possa essere
a volte vitale, ma non credo che, di per sè, sia sufficiente a risolvere
dei problemi e a crescere.
La mia paura è che questo "amore" sfoci nella giustificazione,
nell'invischiamento affettivo e nella perdita di senso critico.
Ecco! Il senso critico, penso che sia più importante dell'amore. Penso
che l'amore non basti a far nulla laddove manca un minimo di senso critico,
di capacità di riflessione.
Diego ieri ha ribadito che Aparo gli ha detto una cosa che suonava pressapoco così "Quando non hai nessuno con cui parlare, fai in modo di trovare dentro te stesso un interlocutore che sostenga un'altra parte". Credo che non basti offire amore o amicizia o comprensione, credo che sia necessario offrire a se stessi e agli altri dei motivi su cui riflettere, dei percorsi da affrontare, per "capire" come dicevano tutti ieri.
Credo che il nostro compito, se di compito si può parlare, non sia offrire
assoluta e incondizionata comprensione, ma degli spunti per crescere insieme,
per affrontare un percorso insieme, ma un percorso critico che arricchisca
entrambe le parti.
Non ho dubbi sul fatto che questa esperienza arricchisca noi studenti e i detenuti,
purchè si basi su uno sforzo critico e reciproco di crescita, personale,
gruppale.
Ho fiducia e stima nei detenuti del nostro gruppo al punto da essere convinta
che siano in grado di impegnarsi in questo, e sono convinta che un pezzo di
società che entra in carcere debba portare la possibilità di confrontarsi
e di riflettere più che la comprensione e il perdono; a quello, per chi
crede, pensano i preti.
Credo che la sola cosa che noi possiamo offrire ai detenuti e che loro possono
offrire a noi siano dei pezzi di realtà e di esperienza su cui riflettere
e interrogarsi, ma per crescere, per arricchirsi, non per giudicare nè
per giustificare.
Un'altra cosa....
Io non credo che siamo tutti uguali, che noi e i detenuti siamo uguali; questo
penso che sia un altro luogo comune di vaga accezione cristiana, ma un po' poco
critica.
Non fraintendete, è ovvio che siamo tutte persone, ma questa esperienza
credo che nasca e trovi senso in funzione di una differenza: noi siamo studenti,
una parte di società libera, che entra dentro il carcere per incontrare
altre persone che libere non sono, e che vivono necessariamente un altro aspetto
della società.
Finchè noi restiamo, pur condividendo il senso di appartenza a un unico gruppo, la parte di società esterna che entra, possiamo portare qualcosa di costruttivo, un confronto, dei pezzi di realtà che sta al di fuori delle mura di cemento del carcere.
Quello che volevo dire è: siamo uguali in quanto persone, e su questo
vorrei che non sussistesse alcun tipo di pregiudizio, ma non dobbiamo "confonderci".
La nostra è un'esperienza che trae la sua utilità dal confronto
fra vite diverse, fra menti diverse, fra obiettivi che, almeno in passato,
sono stati diversi e fra risorse che, purtroppo, forse rimarranno diverse
anche dopo che chi oggi è detenuto uscirà dal carcere; ma solo
la consapevolezza critica di questa differenza può portare a un arricchimento
reciproco, a uno sforzo congiunto, alla riflessione. Un'amalgama indistinto
porterebbe a perdere di vista l'obiettivo che ci prefiggiamo; non dobbiamo
adattarci gli uni sugli altri, diventare un tutt'uno, ma "alimentarci"
a vicenda.
Bene inteso! Quando parlo di differenza non mi riferisco assolutamente a una
considerazione di tipo "buoni e cattivi"; quando dico di mantenere
la differenza non intendo "non sporchiamoci con il fango". Credo che
di fango non ce ne sia da nessuna parte, a patto che ci si impegni reciprocamente
sulla base delle differenze personali che sono i soli strumenti di cui disponiamo.
Non sono affatto pessimista, ho grandissima fiducia in questa esperienza,
ma credo che il suo valore consista nei passi che sapremo fare insieme, passi
che sono cominciati già col nostro primo miniconvegno; non credo sia
dovuto al caso che i nostri incontri si chiamino "Luci e ombre nel quotidiano,
nel delitto, nell'arte"; mi pare evidente che siamo chiamati a interrogarci
insieme, sfruttando le rispettive differenze, dubitando dei luoghi comuni.
Credo che Ivano abbia centrato un bersaglio quando ha detto "L'altra
volta mi avete salutato ringraziandomi e io ho cominciato a interrogami sul
perchè, e non riuscivo a dormire...".
Forse è questa l'essenza dell'esperienza.