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"Piovono mucche" a San Vittore |
Aparo
Cerchiamo di costruire un intreccio di pensieri, domande, riflessioni e curiosità
intorno al film che abbiamo appena visto.
Abbiamo la possibilità di offrire a Luca Vendruscolo e a Alessandro Tiberi,
regista e attore protagonista del film, qui presenti, le nostre impressioni
e le nostre reazioni emotive al film. Poi loro potranno ricambiare e rispondere
alle domande, in vista di una possibile futura collaborazione per la realizzazione
di un film sul carcere.
Marta
Ho trovato bellissima la rappresentazione del personaggio di Lela ed il passaggio
emotivo grazie al quale, da un iniziale non gradimento dei complimenti, attraverso
la comunicazione, arriva a giovarsi di una maggiore confidenza e ad essere contenta
quando Matteo gli dice quanto siano belle le sue mani.
Enzo
Vorrei dire che mi è sembrata troppo caricata l’immagine del disabile
pregiudicato, con una ricchezza ostentata; credo sia una visione distante dalla
realtà carceraria, dove poche persone possono godere di tali beni economici.
Aggiungo che ho visto diversi compagni, ed io stesso l’ho fatto, voltarsi
di fronte alle scene forti e crude del film. Penso che questa reazione di rifiuto
sia simile all’atteggiamento che spinge i cittadini a stare lontani dal
carcere, vedendo in esso soltanto un luogo di paura, odio e sofferenza.
Cosimo
I temi trattati da questo film sono universali: l’amore, la morte, la
libertà, l’amicizia, il potere, la diversità, la malattia,
il limite.
Secondo me è centrale la rappresentazione della bellezza e del valore
della vita.
Viene raccontato come sia umanamente fecondo il rapporto con gli altri, al di
là delle categorie, nelle differenze e nelle somiglianze.
I personaggi in qualche modo si elevano, aiutando gli altri; accrescono la propria
stima di sé.
In questo senso mi è piaciuto molto il modo in cui si narra delle relazioni
sentimentali e amorose fra persone disabili e non, su un piano paritetico.
Margherita
Mi interessa conoscere il rapporto fra la realtà del film e quella storica.
Mi ha incuriosito la personalità del prete, fisicamente distante, ma
molto aperto all’innovazione nel settore e disponibile a concedere maggiori
libertà di movimento agli obiettori di coscienza nella comunità.
Luca Vendruscolo
Ciò che si vede nel film è la situazione di dieci anni fa ingigantita
ed esaltata nei suoi aspetti positivi e negativi.
Padre Anselmo pensa in grande, è in qualche modo un utopista, non si
sofferma sulle “piccinerie” e ha una visione progressista della
gestione comunitaria, lasciando spazio anche alle libertà sessuali.
Biagio
Mi è sembrata molto evidente nel personaggio di Franco una contraddizione
propria dell’uomo; nel suo gesto di volersi accendere da solo la sigaretta,
vedo la sua grande voglia di autonomia e il suo sforzo di immaginarla possibile
anche all’interno del limite fisico.
Tiziana
Ho apprezzato molto come il regista sia riuscito a fare ridere pur trattando
di una tematica drammatica.
Ho notato un forte senso di autoironia nei personaggi disabili.
Inoltre, secondo me, è espressa molto bene la duplicità di ruolo
degli obiettori: possono salvare la vita, ma possono anche toglierla.
Diego
Mi ha colpito molto il dialogo fra Matteo e Renato sulla libertà.
Resta aperto l’interrogativo: chi è più libero fra i due?
Forse si risolve nella scena finale.
Gianni
Noi qui al penale abbiamo avuto un’esperienza di confronto con l’associazione
“La goccia”, che si occupa di disabilità. Ci incontriamo
nel periodo natalizio e stiamo insieme per una festa.
La domanda che, in seguito alla visione, viene da pormi è: siamo noi
a dare gioia a loro oppure il contrario? Forse lo scambio, come si vede nel
rapporto fra disabili e obiettori, è reciproco.
Dino
Ci sono in Italia alcune strutture penitenziarie che prevedono un’area
per i detenuti disabili, specificamente le carceri di Parma e Bari.
Nel film mi ha incuriosito la figura eccentrica dello psicologo.
Mi è piaciuto come vengano rappresentate le difficoltà organizzative.
Viene affermato il fatto che non bisogna avere paura dell’autogestione.
Inoltre è ben trattata la tematica della libertà interiore e della
libertà di fatto.
La dinamica visibile nella storia mi richiama questo interrogativo: è
meglio esaltare la collaborazione di gruppo o perseguire la via organizzativa,
istituzionale e scientifica?
Aparo
Ho visto in questo film una sequenza di veri atti di libertà raccontati
con un linguaggio poetico, atti in cui la trasgressione alle norme conduce ad
una rinascita dei personaggi che la compiono.
La relazione tra Matteo e Alex inaugura questa serie di movimenti
verso la libertà.
In una sequenza suggestiva, quella in cui il disabile “se la fa addosso”,
vengono presentati il peso del limite di Alex e l’impotenza di Matteo,
a sua volta in procinto di lasciarsi sommergere dalla “cacca” dell’altro.
Il momento in cui Matteo decide di usare la doccia è un istante di reinvenzione
del mondo.
Il protagonista trasforma la “cacca” in una risorsa che arricchisce
entrambi; parte dalla sporcizia per promuovere un’evoluzione; grazie all’acqua,
qui con un valore simbolico oltre che funzionale, realizza il battesimo di se
stesso come parte attiva nella comunità e del disabile come persona capace
di dare e ricevere, persona con la quale vivere in sintonia l’emozione
della rinascita.
La seconda scena, che sento corrispondere a un
atto di libertà, è quella del catetere, in cui ancora si parte
da una necessità medica inderogabile e si arriva ad una rinascita collettiva.
Qui il personaggio che veicola la creatività trasformativa è Pallino,
un giovane dai tratti caratteriali strafottenti, arroganti, simpaticamente delinquenziali.
Un’altra scena molto toccante è quella della ragazza che non parla, laddove la parola si rivela insufficiente a sviluppare la comunicazione fra i due; su questa mancanza e sul ricorso al contatto fisico si costituisce la piattaforma per un’alleanza fra Lela e Matteo.
E’ incantevole come, partendo dalla tragedia del limite, si giunga, attraverso l’incontro di due persone, a inventare nuove esperienze di libertà.
Il finale del film, introdotto dal dialogo fra Matteo e Renato e l’interrogativo su chi dei due sia più libero, è un vero volo poetico.
Dopo diverse scene in cui l’atto vitale e l’incontro emotivo sono legati al superamento del limite fisico, l’ultimo dialogo ci permette di incontrare Renato, che rinuncia per la prima volta al suo atteggiamento arrogante e onnipotente. Dopo la morte di Franco, Renato comincia ad ammettere che gli altri abbiano un loro modo di pensarlo e di sentirlo: “Io so quello che vi passa per la testa: è morto l’uomo sbagliato”. Comincia ad avere voce il riconoscimento della sua dipendenza dagli altri e il processo di identificazione con gli altri.
Il progressivo scambio di emozioni con Matteo è la strada che permettere di accedere al riconoscimento della sua dipendenza e al superamento di quello che per tutto il film è stato il suo limite più grave: l’incapacità di rinunciare al proprio senso di onnipotenza.
Franco Bomprezzi
L’impatto emotivo di questo film per me è stato piuttosto pesante.
Tutto può essere definito fuorché “buonista”.
C’è la sfida dei sentimenti, il mettersi in gioco a livello profondo:
se lo spettatore si crea una forte difesa, non può vedere pienamente
il film.
In fondo è come con la disabilità: a volte sono in un luogo affollato
e per molte persone è come se non ci fossi, come se fossi invisibile.
Nel soggetto ci sono molte variazioni e deviazioni sul tema, quasi come in un’opera
musicale.
La dimensione carceraria può essere rapportata alle condizioni della
comunità: c’è la restrizione e l’accettazione di una
dipendenza o di una convivenza. La necessità dell’aiuto da parte
degli altri.
Possiamo vedere gli enormi progressi nel pensiero, se ricordiamo che anni fa
la disabilità veniva considerata come il frutto di una colpa.
Il limite della disabilità non viene mai rimosso o nascosto, viene mostrato
in tutta la sua evidenza.
La scena della doccia è tragica e al tempo stesso surrealisticamente
comica.
A volte le persone, e alcuni personaggi del film lo rappresentano bene, usano
il cinismo come una corazza, una protezione. Altre volte c’è la
giusta arroganza nel presentare una inferiorità come una superiorità.
E’ un capovolgimento acuto e interessante.
Tiziana
Secondo me nel comportamento degli obiettori c’è qualcosa di analogo
a ciò che si instaura nella relazione terapeutica quando si attivano
le parti sane del paziente.
Diego
A mio parere esiste un’attinenza fra le tematiche del film e quelle che
si vivono nel mondo carcerario.
Silvia
Ci sono alcune inquadrature che riempiono veramente lo schermo; io sono rimasta
inchiodata alla storia, allo svolgimento della trama.
Mi è piaciuto che si sia dato spazio anche alle parti sgradevoli che
una persona disabile può avere in sé, come nel personaggio di
Beatrice, che mente riguardo alla sua storia d’amore.
Inoltre ho trovato molto bello l’aspetto trasgressivo della relazione
tra Beatrice e Matteo e del carattere del personaggio di Corrado.
Biagio
Ho visto la trasgressione, nella scena della giostra, portare ad una trasformazione
un sogno irreale.
Quando Pallino permette a Franco di mettersi al volante e di cambiare le marce,
mi è sembrato un passaggio dove la trasgressione diventa una specie di
magia.
Mi è piaciuto il personaggio di Beatrice: ho visto il vero amore in lei.
Infine mi ha coinvolto la vergogna di Alex e la scelta di Matteo, che fa di
un guaio un gioco: come dire, “te la sei fatta addosso, ma è bello
lo stesso!”
Cosimo
La scena di Franco con la carrozzina nel mare è incredibilmente poetica.
Mi piacerebbe sapere qual è stato il processo creativo che l’ha
generata.
Marta
Io ho notato la sgradevolezza del personaggio di Flora, che, non potendo controllare
il proprio corpo, tiranneggiava e controllava gli altri.
Luca Vendruscolo
Non sono d’accordo con questa valutazione.
Flora è così indipendentemente dalla sua disabilità.
Ha vissuto una certa esperienza e il suo iniziale entusiasmo per il progetto
comunitario è andato via via raffreddandosi.
L’utopia non sboccia quasi mai collettivamente e, se ciò avviene,
dura per un tempo effimero.
Dobbiamo evitare di credere che la psicologia delle persone dipenda integralmente
dalla loro disabilità; si tratta piuttosto di personalità che
integrano il proprio limite e sono ciò che sono.
Nei dirigenti della comunità persiste una certa inclinazione al managerialismo,
all’individualismo, al senso del dovere; perché non riescono a
percepire l’aspetto umano reale delle persone con le quali lavorano.
Ho conosciuto una ragazza disabile, affetta da osteogenesi imperfetta, che aveva
una positività e uno slancio per la vita da far dimenticare la sua disabilità
e da fare innamorare di lei.
Ma la disabilità non si supera; al massimo si può reinventarla
attraverso la vita.
Ivano
La visione di questo film mi ha dato divertimento, brividi, emozioni, sofferenza.
Ho notato che in nessuno dei disabili c’è vittimismo.
Mi sono riconosciuto in Matteo, nella difficoltà del confronto con i
disabili.
Anche per me è difficile.
Alessandro Tiberi
Penso che uno dei punti centrali del mio personaggio sia proprio questo: egli
riconosce il proprio limite e attraverso questa consapevolezza smette di vedere
la carrozzina, vede solo l’essere umano.
In questo senso la scena della doccia è veramente un battesimo.
Valdimar
Ho pensato alla figura del prete: la sua reazione, rispetto allo stato della
comunità e a vantaggio degli obiettori di coscienza, mi è sembrata
rappresentata in modo troppo morbido, accondiscendente.
Luca Vendruscolo
Volevo impostare un discorso laico, che raffigurasse la Chiesa né come
buona né come cattiva.
Mi interessava sottolineare la forza della presenza cattolica sul territorio.
Maurizio
La scena finale è splendida: Renato confessa che il suo unico desiderio
è quello di andare a bere, in un modo o nell’altro, sognando di
abbandonare la carrozzina e insieme riconoscendo il valore del gesto anche con
questo limite.
Enzo
All’inizio della storia si parla del numero degli obiettori e del fatto
che molti hanno una reazione di fuga di fronte ad un compito così difficile.
Almeno uno è rimasto e attraverso di lui la comunità si è
ricostruita, è cambiata profondamente.
Luca Vendruscolo
Questo film nasce dalla mia esperienza come obiettore di coscienza in una comunità
per disabili.
Vorrei tentare di mettermi a nudo come persona, prima che come artista, perché
mi sento in una situazione molto intima. E’ un po’ paradossale che
ciò avvenga in un carcere.
Ho scoperto un mondo, ho raccontato cose inventate dalla vita stessa.
Non ho mai sentito la necessità di adottare una dimensione tragica; ho
sempre pensato che il primo errore consista proprio nel vedere la disabilità
come metafora di qualcosa altro.
Significa ridurre lo spessore umano della persona, dell’individuo.
Ho creduto nello stile della commedia come reinvenzione del dato drammatico.
Vorrei premettere che l’interpretazione di un regista sulla propria opera
è solo una delle possibili chiavi di lettura.
La storia d’amore finisce male: Matteo è più innamorato
dell’idea, della scoperta della diversità, che della persona. Beatrice
invece non accetta la propria condizione, vive in una dimensione di sogno che
rimanda continuamente al desiderio di tornare all’adolescenza, prima dell’incidente.
Forse questa, insieme alla vicenda di Franco, è una delle parti intensamente
drammatiche, amare, dell’intero film.
La libertà è un discorso enorme, ed è sotteso a tutta
la sceneggiatura, corre come filo conduttore su tutti gli avvenimenti.
Sia nel caso del limite fisico che di quello psichico, si può considerare
una misura minore o maggiore di libertà , ma difficilmente si raggiunge
la massima libertà possibile.
Spesso sono gli operatori a determinarne la gradazione.
Grande peso all’interno di qualsiasi comunità hanno i dati economici.
Io credo di avere mostrato la sfida della libertà con il loro handicap.
Il titolo del film è una frase pronunciata da una ragazza con una disabilità
psichica all’interno di un centro diurno. Era la risposta alla classica
frase: “Che tempo fa?”
Ho pensato che rendesse bene l’idea della pioggia di avvenimenti surreali,
con la loro pesantezza e mole, ovvero la fatica e i problemi, ma anche l’aspetto
materno, fecondo, benigno, nutritivo.
Durante la proiezione del film in un liceo, le risate venivano fuori sonore
e spontanee.
Non era nei miei intenti dare visibilità e parola alla disperazione,
ma piuttosto a piccole porzioni di felicità: una carrozzina nuova, il
lavoro, la relazione con gli altri, la sessualità.
Volevo trasmettere l’idea che non è importante conoscere la patologia
quanto avvicinarsi alla persona.
Franco Bomprezzi
Nel settore della disabilità si usa la parola riabilitazione: si tratta
di un termine carcerario, oltre che medico sanitario.
Le parole rivelano il pensiero che le ha prodotte e sta dietro ad esse.
Luca Vendruscolo
Realizzare un film sul carcere è un mio desiderio e un mio obiettivo.
Riconosco io stesso di essere una persona piena di pregiudizi.
Mi e vi domando: ci sono reinvenzioni della vita? Si ride in carcere?
Dino
I momenti di ilarità sono necessari per sopravvivere. Purtroppo non tutti
riescono a farsi coinvolgere; quindi esiste la realtà dei suicidi in
carcere.
Maurizio
L’autoironia ti salva la vita qui dentro.
Biagio
Vorrei fare un’ultima domanda: chi è Franco, la persona a cui hai
dedicato il film?
Luca Vendruscolo
Franco è un uomo che ho conosciuto in comunità, un amico.
E’ morto in una dimensione banale e tragica, in ospedale. Ha avuto la
libertà di lasciarsi morire.
La cosa più triste è che ciò è avvenuto proprio
nel momento in cui si stava risvegliando, riprendeva a sentire il profumo e
il vento della vita, attraverso la relazione con gli altri aveva riscoperto
la via per sorridere.