Cosimo Colbertaldo |
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L'incontro con il filosofo Gianni Vattimo serve a creare vivacità
intellettuale, a dialogare sui temi di confine che caratterizzano il nostro
lavoro, a iniziare un discorso di spessore sull'imperfezione, a rompere le
visioni schematiche e stereotipate della realtà.
Un filosofo diviene una freccia al nostro arco.
Proveremo a parlare di come mai la società, forse per il bisogno di
sentirsi perfetta, metta in atto una rimozione di parti difficili di sé
fino a far diventare la pena una vendetta; proveremo a chiederci se sia possibile
che la collettività sociale lavori e si confronti sulla propria e altrui
imperfezione.
Il carcere è specchio dei nostri muri e dei nostri limiti, della mente
che si presenta a volte come prigione.
Accade che la società e l'individuo stesso impongano al pensiero modelli
di isolamento simili e vincoli all'espressione di sé?
Se sì, perché? Cosa fare dei nostri vincoli?
E' necessario trovare una nuova collocazione, un rimettersi alle prese con
la vita.
L'essere è trasmissione, invio, scambio.
Il problema di adeguarsi alla realtà, di se stessi e degli altri, e
della non corrispondenza a essa, può trovare una risposta nel piacere
dell'esperienza, nello scoprire la normalità, nella soddisfazione data
dal lavoro.
I concetti reggenti della metafisica (il bene e il male, per esempio) sono mezzi di disciplinamento e rassicurazione: assomigliano al gesto di chiudere una persona in una cella e lasciare che annulli se stesso a causa del suo passato, finché questo non sarà che solo una traccia e il presente offuscato vivrà solo del ricordo di queste rovine. Così non siamo tenuti ad ascoltare.
Ne abbiamo ancora bisogno?
Siamo in grado di offrire una nuova coscienza che possa trasformare la capacità
distruttiva in forza acquisita?
"Per il pensiero debole, il moltiplicarsi delle differenze e il loro
organizzarsi in piccoli racconti necessitano di una predisposizione alla fluidità,
alla mobilità, alla comunicazione tra progetti a corto raggio"
"Il pensiero debole si costituisce come un ripensamento, un prendere
atto delle forme tramandate: il suo strumento è l'intuizione.
Si tratta di partecipare, sottovoce, al gioco delle interferenze, degli elementi
che sono diventati mondo al mutare dei paradigmi. L'essere non è, l'essere
accade." (G. Vattimo)
Queste considerazioni rafforzano l'idea che il passato, condizionando già
il presente, non debba tuttavia determinarlo in maniera assoluta.
Quindi gli errori che abbiamo commesso richiedono un rimedio, ma è
giusto che ci lascino nella possibilità di ricostruire una situazione
vicina ai nostri desideri.
Relativismo: radici del pensiero debole
"Il relativismo ha radici millenarie, che arrivano a toccare l'humus speculativo della Sofistica del V secolo a.C., quella sorta di "Illuminismo greco", che aveva come sua insegna l'uso libero e spregiudicato della ragione in tutti i campi. Il primo e più importante Sofista, esponente di un relativismo conoscitivo e morale, fu Protagora, famoso per il suo principio: "L'uomo è misura di tutte le cose". Commenta Platone, riferendosi ad esso, nel suo Teeteto: "Quali le singole cose appaiono a me, tali sono per me e quali appaiono a te, tali sono per te: giacché uomo sei tu e uomo sono io". Tramite la frantumazione della realtà in una miriade di interpretazioni soggettive, il relativismo protagoreo minava alla base il concetto stesso di "verità" e di "ricerca". Il relativismo dei valori era poi il nucleo fondamentale di tale dottrina. Infatti il riconoscimento della disparità dei valori che presiedono alle diverse civiltà umane portava inesorabilmente a quello che oggi viene chiamato relativismo culturale: "se qualcuno ordinasse a tutti gli uomini di radunare in un sol luogo tutte le leggi che si credono brutte e di scegliere poi quelle che ciascuno crede belle, neppure una ne resterebbe, ma tutti si ripartirebbero tutto". Tutto ciò conduceva ad "un'equivalenza di principio" delle opinioni; con le parole di Protagora, al "tutto è vero". Tuttavia egli, nel vuoto di verità "forti", ammetteva un "principio debole" come criterio di scelta e di legittimazione: quello dell'utilità".
Trasformazioni nel corso dell'esperienza
"Se ci immaginassimo, in un gruppo di persone, un individuo che cerchi di dire la propria esperienza con tutta la specificità, o un massimo di specificità rispetto al proprio vissuto di quel momento, le altre persone non lo capirebbero, si allontanerebbero da lui, dimostrerebbero subito scarso interesse a un discorso che dobbiamo presumere complicato, stratificato, e forse anche bizzarro. La potenza sociale di quell'individuo sarebbe quasi nulla. Per questo motivo, ogni volta che ci troviamo insieme ad altri, ci guardiamo bene dal procedere in tale direzione, e ci incamminiamo invece in quella opposta, ipotizzando e inducendo un piano comune di riferimento: una forma di sapere cui pensiamo ciascuno spontaneamente aderisca, non perché sia propria a qualcuno in particolare, ma precisamente per il fatto che non appartiene a nessuno".
"Non c'è poi neppure bisogno di figurarsi una situazione sociale
perché ciò vale anche, ogni volta, per l'io nei confronti di
se medesimo. Questo processo di drastica semplificazione in direzione delle
regole già note lo applichiamo, infatti, continuamente a noi stessi:
nessuno, se non in rari momenti, desidera spingersi fino a quel margine di
sé in cui sa bene che la propria identità comincia a oscillare
perché la buona organizzazione dell'io non si manifesta più
tale. Pigrizia e paura ci fermano prima, e normalmente neppure ci rivolgiamo
da questa parte. C'è una fatica da affrontare, una sospensione di tutte
le nostre abitudini, se davvero vogliamo provare a indebolire il nostro io,
sottraendolo alla logica di superficie. E vi è poi la paura: di ciò
che non ci è immediatamente familiare, di scoprire realtà che
possono inquietarci, di trovarci di fronte a porte chiuse che non avremo il
potere di fare aprire. Timore che, giunti a quell'orlo, di lì in avanti
si stenda un vuoto abissale".
P.Aldo Rovatti
Queste parole acquistano molteplici significati in relazione a chi ha a che fare con una condizione temporale ben determinata quale una pena da scontare.
Il pensiero debole è quindi un atteggiamento conoscitivo.
Le categorie ontologiche sono fragili: cosa può fare dunque il nostro
sapere?
"Intaccare il potere, la forza dell'unità. Indagare un essere
che si cela, ma c'è.
C'è un racconto da fare, una moltiplicazione delle narrazioni dal margine,
dalla soglia.
Sentire il silenzio come disposizione ad ascoltare e tenere presente il rumore
di fondo assordante. Il pensiero debole è transitorio, intermedio:
"tra la ragione forte di chi dice la verità e l'impotenza speculare
di chi contempla il proprio nulla. Da questo mezzo può funzionare come
indicatore".
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- Fonti bibliografiche:
"Il pensiero debole", a cura di G.Vattimo e P.A. Rovatti