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Nessuno è perfetto |
Che l'imperfezione sia insita in tutte le cose è dato per scontato.
Sarà il retaggio di una religione cattolica che insiste sull'inferiorità
dell'uomo di fronte a Dio, fatto sta che nessuno al giorno d'oggi si azzarda
a definire qualcosa "perfetto", men che meno l'uomo.
Perfetta può essere una macchina, un prodotto tecnologico, qualcosa
in grado di svolgere compiti di portata eccessiva per la nostra mente. Tutte
queste cose "perfette" hanno una caratteristica comune: sono prive
della componente emotiva.
Mi sembra assolutamente illogico cercare di raggiungere una perfezione di
questa portata: è un dato di fatto che il nostro corpo e la nostra
mente non sono "programmati" per determinate esperienze: non possiamo
volare, né vivere sott'acqua, né fare calcoli con migliaia di
cifre
ma questo secondo me non è essere imperfetti, è semplicemente
essere uomini.
Penso invece che sia più interessante ribaltare il problema e partire
dall'imperfezione: come possiamo dire di una cosa che è imperfetta,
quando non conosciamo la perfezione? E se in realtà nulla fosse imperfetto?
Secondo me, l'imperfezione ha un forte nucleo propulsivo.
Considerare l'imperfezione solo come un'anomalia, un limite, è riduttivo:
non è forse dalla diversità che trae origine la forza innovativa
dell'evoluzione? Certo, qualcuno dovrà soccombere, e quello potrebbe
essere "l'imperfetto", ma in fondo si tratta pur sempre di imperfetto
in quel contesto
Voglio dire che tutto è relativo e non esistono definizioni rigide
e univoche della perfezione, tutto va ridotto entro le coordinate di uno spazio-tempo
ben preciso. Basti pensare agli effimeri canoni della bellezza, a come cambiano
da epoca a epoca e da cultura a cultura.
Certo, non posso negare che l'imperfezione esista
ma è un termine
scomodo, a mio avviso un po' impreciso o comunque fuorviante, perché
non riesco a immaginare nulla che sia in tutto e per tutto imperfetto.
Anzi, in un certo senso l'imperfezione è positiva: si potrebbe considerarla
come quel qualcosa che ci fa muovere, che ci dà lo stimolo per lavorare
su noi stessi e cercare di migliorarci.
In questo caso sì, sarebbe utile fare riferimento a una sorta di "perfezione",
un ideale che ci guidi verso nuovi traguardi del nostro sé. Ma dobbiamo
sceglierci un ideale realistico, fattibile: certe mete assurde non possono
che portare alla frustrazione; questo avviene quando l'uomo vuole trascendere
la sua natura e rinnegare parti di sé in realtà fondamentali,
quelle parti peculiari dell'essere umano in quanto tale.
Penso ora all'imperfezione interiore
imperfezione come senso di inadeguatezza
o di incapacità, come desiderio strenuo di fare qualcosa, di cambiare,
di sentire che non si è ancora arrivati e che c'è molta strada
da fare. In questo senso mi sento imperfetta
la perfezione sarebbe allora
una sorta di equilibrio illuminato, di profonda conoscenza di se stessi, la
capacità di non farsi travolgere dagli eventi e dalle persone
In un certo senso sono grata alla mia imperfezione perché mi dà
modo di osservarmi con occhio critico, di sperimentare nuove e sconosciute
parti di me, di vivere emozioni belle o brutte che la calma del perfetto equilibrio
non mi darebbe.
Ma la mia imperfezione è anche quel qualcosa che mi fa dubitare di
tutto, che mi fa star sveglia la notte pensando ai problemi della giornata,
che mi fa sentire perennemente in balia degli eventi, mai sicura di me stessa.
L'imperfezione ha questa duplice natura: propulsiva da un lato e destabilizzante,
svilente dall'altro.
Probabilmente la cosa migliore da fare sarebbe riconoscere i propri limiti
e far leva su quelle parti di noi ancora inespresse, "imperfette",
per farle venire alla luce.
Piuttosto che marchiarsi indelebilmente con il pesante timbro dell'imperfezione,
è preferibile far luce sul lato emancipativo dell'imperfezione: non
sono un essere imperfetto, ma un essere in divenire.
Solo così non si rischia di essere schiacciati del peso dei propri
limiti.
Perché in fondo essere imperfetti non è poi così male,
se si pensa che anche da un baco poi nasce una farfalla, che il brutto anatroccolo
cresciuto è diventato un cigno