Milano 25-01-2003
Ai miei compagni di viaggio
Ultimamente mi è successo di "riflettere" molto sulla strada
che ho percorso fino ad oggi e su quella che voglio e che percorrerò
domani.
Sin da bambina non ho mai avuto le idee precise su quello che volevo essere:
un giorno scienziata, un giorno biologa, un giorno ballerina, un giorno astronauta.
Adesso che ci ripenso mi viene da ridere a pensare alla ingenuità con
cui credevo di poter essere e fare qualunque cosa. E' un po' come nei giochi
dei bambini in cui puoi far finta di essere ciò che ti pare.
Ho scelto psicologia nella speranza di trovare una risposta alle mie infinite domande. Ho scelto psicologia per andar oltre anche a quei muri interni che mi impediscono di raggiungere delle parti di me che io, ancor oggi, conosco appena.
Con questo spirito ho iniziato l'università e ho cominciato a scoprire
un mondo nuovo, quello del sapere psicologico, così vasto e ricco,
ma ben lontano da darmi quelle certezze che io volevo avere.
Ho così sempre studiato e assimilato con attenzione tutto quello che
ogni giorno imparavo durante le lezioni; è affascinante vedere come
evolve il sapere scientifico, come nuove teorie nascano ed altre muoiano.
Ora passati quattro anni so che le risposte che tanto cercavo non me le possono
dare i libri. So anche che non è detto che a quelle domande possa venir
data una risposta.
Ma come ho sentito a lezione, "ciò che conta è dare continuamente
carburante a queste domande", perché è la domanda che porta
l'uomo a cercare, che lo spinge a sfidare, ad avventurarsi in terre sconosciute,
ad esprimere il suo caos interiore. La storia dell'uomo è stata un
susseguirsi di domande e di tentativi di risposta che hanno portato l'evoluzione,
il progresso e la conoscenza.
E io sto imparando a convivere con le mie domande e a fare di queste il carburante
di ogni mia azione.
Il gruppo della trasgressione è nato così, forse per caso,
forse dall'incontro di persone spinte dallo stesso bisogno.
Lavorare nel Gruppo è stato e sarà per me terapeutico, perché
mi permette di dare forma a quello che ho dentro. La chiave è la creatività.
Il gruppo mi fa bene e fa bene ai detenuti perché, io credo, non nasce
come cura, ma come laboratorio. Laboratorio dove i pensieri, i conflitti,
la rabbia, la vergogna, la timidezza trovano uno spazio, che non è
il dentro e non è il fuori, ma che si colloca in una zona in cui ognuno
di noi può creare qualcosa che lo collega agli altri.
Ogni volta che scrivo un testo, do forma ai miei pensieri. Li fisso, li faccio
diventare qualcosa di "bello" (almeno ai miei occhi) e lascio la
mia impronta nella realtà esterna.
Credo che per un detenuto, per uno studente, per un cittadino, scrivere e
comunicare con il "Gruppo Trsg" sia un modo per confermare a se
stessi e agli altri di esistere, di essere in grado di produrre qualcosa di
buono, di aver qualcosa dentro. Ogni volta che scrivo qualcosa è per
me di importanza vitale che ci sia qualcuno che mi confermi che ciò
che ho scritto non è passato inosservato. Avere dei giudizi, dei consigli
su quanto si è scritto è importantissimo perché dà
la possibilità ad ognuno di continuare e arricchire il dialogo con
quelle parti di sé che sono state esteriorizzate, senza per questo
sentirsi svuotato.
La stessa funzione terapeutica io la trovo nella danza; spesso mi chiudo
in camera quando sono arrabbiata e danzo. Poter seguire una musica, e coordinare
il mio ritmo con quello che sto ascoltando mi permette di mettere in comunicazione
il mio mondo interno con quello esterno e di entrare in un rapporto dialettico,
comunicativo con la musica.
La danza, come il gruppo, rappresenta per me un canale di espressione, terapeutico
perché non nasce come terapia ma come espressione artistica, creativa.
Artista, tiranno e compagna feconda.
Posso dire che il gruppo della trasgressione forma artisti? Sembra assurdo e azzardato affermare una cosa del genere ma tutto dipende da cosa si intende per artista. Se artista vuol dire esprimersi creativamente, il Gruppo della Trasgressione non solo è formato da artisti ma stimola la società ad esserlo.
I detenuti possono improvvisarsi scrittori, poeti, cantanti, e possono trarre giovamento nel vedere coi propri occhi che quello che hanno fatto è stato apprezzato. Questo per loro vuol dire esistere, avere qualcosa di buono da esprimere e far conoscere.
Prof, non so perché le ho scritto questa lettera. Forse solo perché
avevo voglia di offrire a lei e al gruppo una parte dei paesaggi che osservo
sul cammino che stiamo facendo insieme.