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Non lavoriamo tutti per la stessa ditta |
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Non si "sceglie" la propria cultura, ci si nasce all'interno e basta... ma bisogna innanzitutto partire dalla concezione della diversità non come pericolo ma come ricchezza; soprattutto non bisogna temere il contagio, né di essere svuotati dall'altro.
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Erika Riva |
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"Muratore, muratore, costruisce muri il muratore
".
Mi torna in mente questo ritornello. Dentro e fuori ognuno di noi ci sono
piccoli muratori che lavorano incessantemente, da quando siamo nati e pronti
a costruire schieramenti e barriere. Ma anche linee guida che ci aiutano a
discriminare cosa è giusto e cosa è sbagliato, cosa sta "di
qua o di là dal muro".
Perché dividere il mondo in buoni e cattivi, in bianco e nero, è
facile, comodo e relativamente poco oneroso: ci semplifica la vita, sappiamo
come comportarci in ogni circostanza, con chiunque, basta valutarne la posizione
rispetto al nostro muro.
Ma è una semplificazione che ci costa cara: sacrifica la specificità
dell'individuo e le mille sfaccettature del reale.
Un muro. Qualcosa che divide, questo è quello a cui penso.
Muro è barriera. Prima di tutto fisica: penso a una bella alzata di
mattoni, o al cemento armato, quei muri che sorgono dalla notte alla mattina
e che separano con la loro massiccia presenza due gruppi di persone. Persone
che qualcuno ritiene diverse, e per questo meritevoli di essere separate.
Ma chi è che stabilisce di costruire questo muro? E per quale motivo?
Il muro si fonda su una concezione tutta umana di ciò che è
giusto e ciò che è sbagliato; e in quanto umano sarà
sempre e comunque un criterio discutibile.
Ecco la fragilità del muro: le sue fondamenta non sono salde, perché
non ci sono verità esatte in assoluto su cui costruirle. Ogni verità
è ancorata al suo contesto, così come il significato di un muro
è legato all'ambiente in cui sorge e al pensiero dei muratori che l'hanno
costruito.
Ma per fortuna non siamo tutti muratori.
O per lo meno non lavoriamo per la stessa ditta.
Così da un momento all'altro il muro può venire smantellato
da tutti quelli che non condividono il progetto di costruzione.
Non c'è solo il muro fisico. Ci sono tanti altri tipi di muri che
si ergono silenziosi e subdoli dentro di noi con la compiacenza dell'ambiente
in cui viviamo.
Troppo spesso non li sentiamo nemmeno crescere, tanto sono radicati in noi
e in chi ci sta vicino. E una volta costruiti sono terribilmente difficili
da scalfire.
Sono i muri del pregiudizio, del modo di vivere "giusto o sbagliato",
quelli che cercano disperatamente di proteggere la nostra cultura dalla
"contaminazione" con altre. Muro in fondo può anche essere
sinonimo di protezione: qualcosa di forte dietro a cui potersi nascondere.
Sono muri di difesa, in parte inconsci e naturali: perché non si
"sceglie" la propria cultura, ci si nasce all'interno e basta.
Solo in un secondo momento, una volta cresciuti, si potrà metterne
in discussione i valori
ma ormai il muro ti è cresciuto dentro
o per lo meno è in fase di costruzione. I muri culturali sono i più
temibili; innanzitutto sono condivisi e quindi difficilmente riconoscibili:
non solo non mi accorgo che il mio metro di giudizio può essere distorto,
ma mi illudo anche che sia giusto, universalmente giusto, che sia l'unico
metro di giudizio valido.
In secondo luogo, mettere in discussione certi valori largamente condivisi
può provocare fratture non indifferenti nell'individuo e nelle sue
relazioni con l'ambiente che lo circonda.
Credo che per ridimensionare questi muri bisogna innanzitutto partire dalla
concezione della diversità non più come pericolo ma come ricchezza;
soprattutto non bisogna temere il contagio, né di essere svuotati dall'altro:
in una dialettica matura e positiva l'incontro con chi sta al di là
dal muro può rivelarsi arricchente e stimolante. Proteggersi sì,
con moderazione; basterebbe un muricciolo basso che ci rassicuri circa le
nostre origini e in caso di pericolo ci offra riparo, ma ci permetta anche
di tendere la mano verso chi ha qualcosa da dirci e da darci.
Ci sono poi muri tutti personali, quelli che ciascuno di noi si porta dentro.
Barriere specifiche che separano parti diverse di uno stesso io oppure parti
dell'io dal mondo esterno.
Il muro in questo caso getta un'ombra su una fetta più o meno consistente
della personalità che non riesce a esprimersi e spesso non viene nemmeno
percepita.
Queste barriere possono nascere dalla storia personale di ognuno di noi, dal
carattere o ancora una volta dalle norme socio-culturali dell'ambiente.
In ogni caso sono degli ostacoli che limitano l'espressione di quanto uno
ha dentro.
E come tali vanno superati, o per lo meno affrontati.
Andare "al di là" in questo caso può assumere il significato
di una sfida: ed ecco che il limite diventa spunto propulsivo per cambiare,
crescere, migliorare. Il muro sarà il punto d'appoggio per spiccare
il volo, il mattone su cui poggia il piede per darsi lo slancio.
Abbattere questi limiti diventa una battaglia prima di tutto con se stessi:
perché quando un muro crolla le macerie vanno spazzate via e bisogna
ricostruire una nuova organizzazione mentale, un nuovo equilibrio.
Per quanto faticoso possa essere, è un cammino che va affrontato: non
si può per codardia o pigrizia nascondersi dietro ai mattoni senza
mettere nulla in discussione; accettare restrizioni prefabbricate senza batter
ciglio è il modo migliore per giustificare le divisioni liberandosi
da ogni responsabilità.
Ma vuol anche dire rinunciare alla varietà della vita e all'incontro
con l'altro in nome di una sicurezza fittizia. Vuol dire rinunciare a parti
di sé che rimangono soffocate dal cemento.
Perché un muro, in fondo, non è solo ombra: può essere
un muro da dipingere, da colorare, può diventare lo spunto per esprimere
la nostra creatività.