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Dialogo sul muro |
Antonella Cuppari |
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Mamma cos'è per te il muro?
"I muri nella mia vita sono stati tanti, sono state le difficoltà
da dover affrontare, il muro rappresentato dalla gente con la quale devo lavorare
e collaborare, con la quale devo dare spiegazioni. Muro è a volte la
società che si oppone al cammino di ognuno. Il muro è fatto
per poter essere varcato, accorciando in questo modo le distanze con chi sta
dietro, per cercare di non essere emarginata. Il muro è anche paura,
incertezza che ho dentro di me e che a volte non mi permette di affrontare
con lucidità e consapevolezza i muri esterni.
La vita è stata per me, finora, tutto un susseguirsi di muri che si
sono sgretolati man mano che maturavo e prendevo coscienza dei miei problemi.
Muro è stato dover crescere da sola le mie figlie, dover mandare avanti
un'attività; muro è stata la mia malattia.
La vita è un insieme di muri che ognuno di noi deve imparare a varcare
per poter andare avanti e crescere; non varcarli vuol dire non evolversi e
rimanere chiusi in se stessi."
Per me cos'è un muro?
"Non so. In fondo se ci sono, se sono stati eretti, un motivo per forza
ci deve essere. I muri sono alti, forti, sostengono. I muri poggiano su fondamenta.
Da bambina amavo costruire in camera mia una casetta dove i muri erano dei cuscini
che delimitavano uno spazio che era solo mio. Quando entravo nella mia "dimora
temporanea" mi sentivo forte, sicura, e nulla mi faceva paura. Ogni tanto
i cuscini cadevano e allora ecco che tentavo di metterli in una posizione più
stabile.
Ci sono tanti muri nella mia vita; esterni, interni, che mi sono costruita, che rappresentano ostacoli, muri scritti, muri di cemento armato. I muri suscitano in me sensazioni contrastanti a seconda del bisogno che in un dato momento prevale: se ho paura, permettono di delimitare il mio territorio al di qua del quale nessun estraneo può entrare, se sono alla ricerca di qualcosa allora vorrei buttarli giù perchè mi impediscono di vedere cosa c'è al di là.
La soluzione migliore sarebbe poter avere dei muri, non invalicabili, ma con delle porte che permettono la scoperta, la comunicazione senza distruggere. Abbattere un muro sarebbe per me troppo pericoloso, mi sentirei non protetta, mi sentirei in pericolo. Una porta, invece, mi permette di andare alla scoperta del mondo e di me stessa, ma nello stesso tempo avere un rifugio, uno spazio personale che in qualche modo "mi appartiene".
La differenza tra una "propaganda" e una comunicazione consensuale sta proprio in questo: nella prima il muro viene abbattutto e spesso il ricevente si sente così "invaso" che fugge. Viceversa ognuno deve aver la possibilità di scegliere liberamente e in tutta sicurezza quando si sente pronto per l'incontro con l'altro e, perchè no, anche con parti di sè che prima aveva isolato. Così ripenso al gruppo della trasgressione: forse noi non abbattiamo muri nel senso letterale del termine, ma lasciamo intravedere uno spiraglio e creiamo una porta che ogni membro della società è libero di poter varcare quando più si sente di farlo.