| Se sappiamo davvero chi siamo e cosa vogliamo, sapremo usare in modo creativo i vantaggi che la maschera ci offre; se dentro abbiamo un deserto, la maschera sarà un artefatto, pura apparenza. Dipende tutto da noi.. |
Febbraio avanzava e il freddo gli faceva dolere ogni osso.
Le calli erano tutte un fermento per il carnevale imminente. Giù dai
balconi pendevano pesanti festoni di stoffa, le gondole si vestivano di nuovo.
Per i sarti era un periodo d'oro: da mesi preparavano sfarzosi vestiti per
i signori di Venezia; nessuno avrebbe rinunciato a dare sfoggio della propria
ricchezza. Le botteghe erano tutte un va e vieni di garzoni con pizzi, broccati
e piume di ogni colore, beni di lusso, misteriosi e magici come il lontano
oriente da cui provenivano.
Enrico non poteva dar sfoggio di niente: vestito rappezzato, girava per le
strade suonando il violino, affidando la sua sopravvivenza alla carità
di chi si fermava ad ascoltarlo.
Enrico era stanco: stanco di vestire i panni del mendicante, di essere visto
come un pezzente, di essere tenuto a debita distanza da tutte le dame solo
per il suo aspetto.
La maschera del povero gli stava stretta: la sua condizione economica disastrata
non gli avrebbe mai dato l'opportunità di farsi un futuro, di amare
e di essere ricambiato. Per lui c'era solo la strada.
Nessuno gli si avvicinava, nessuno avrebbe guardato cosa si nascondeva dietro
quella marsina lisa e quelle braghe un po' troppo lunghe e larghe.
Prima di cadere in disgrazia aveva frequentato le migliori scuole, aveva viaggiato,
visto genti e paesi lontani
ma tutto questo stava debitamente celato
nel suo io, nascosto dalla maschera dell'accattone che ormai era il suo biglietto
da visita: era quello che aveva da offrire agli occhi dei passanti.
La gente si aspettava da lui che suonasse qualcosa, magari facesse una battuta
spiritosa e biascicasse un grazie quando una nuova moneta tintinnava nel suo
cappello. Questo volevano da lui perché era il suo ruolo.
Seduto sul ciglio di un canale, gambe penzoloni, Enrico si guardava la punta
dei piedi, silenzioso, sguardo mesto.
Gli bastava alzare gli occhi per vedere tutto il meglio della sua città,
tutto quello che lui non aveva e avrebbe voluto; si divertiva a passare il
tempo così, fantasticando sui nobili abitanti di quei bellissimi palazzi,
fingendosi per un po' uno di loro: che bella vita avrebbe fatto! E che pranzi,
che serate, sempre diviso tra un banchetto e l'altro, ascoltando buona musica
e facendo amabili chiacchierate.
Improvviso, come un fulmine a ciel sereno, un pensiero gli attraversò
la mente: avrebbe fatto parte di quel mondo, ancora una volta, almeno per
una sera.
Rubare una maschera da una bottega fu un gioco da ragazzi e, detto fatto,
nel giro di un minuto non era più x, ma il Marchese del Grillo.
Complice il carnevale, nessuno gli badava: ora era un signorotto come tanti,
con vestiti di buon taglio, lustrini colorati e il suo strumento più
importante: una maschera che gli copriva il volto e gli permetteva di scrutare
il mondo da un altro punto di vista, di valutarlo, di giudicarlo prendendo
le distanze.
La maschera era potere: non veniva più allontanato, per le strade
le dame gli rivolgevano scherzosi cenni di saluto credendolo un uomo in festa
come tanti; l'aria del carnevale contribuiva a mischiare le carte.
Conservava ancora il ricordo di quanto appreso nella prima parte della sua
vita e quindi non gli era difficile far bella figura tra la gente: era un
buon oratore, affabile e gentile; attaccava bottone con ogni passante, aveva
abbastanza esperienze da raccontare per intrattenere i suoi interlocutori.
La frenesia della festa rendeva la gente più aperta e disponibile e
in un attimo aveva raccolto più di un invito per quella sera.
Gli sembrava un sogno: tutto il meglio di lui veniva a galla, dietro quella
maschera poteva essere se stesso e finalmente rivelarsi agli altri.
Ma allo stesso tempo un dubbio crescente si insinuava in lui: il merito di
quel successo era suo o della maschera? bastava davvero un vestito elegante
per fare la differenza? Che società era la sua, dove l'apparenza contava
più del contenuto? E davvero l'apparenza contava più del contenuto?
Seduto su un'elegante poltrona, alla tavola di un uomo che fino a poche ore
prima era per lui uno sconosciuto, si sorprese ad osservare i rituali della
conversazione, i manierismi di dame e signori che all'improvviso gli sembravano
appesantire ogni parola. La forma, l'apparenza, tutti orpelli superflui che
però facevano la differenza: chi voleva vivere in quel mondo doveva
adattarsi.
"Ogni vita ha le sue regole, ogni ruolo le sue definizioni, non si
sfugge. E non è nemmeno tutta falsità -si disse - sono
semplicemente regole: ad alcune persone si adatteranno meglio, ad altre meno.
L'importante è non renderle così rigide da lasciarsi imprigionare;
il vero io deve sempre emergere."
In fondo proprio quei comportamenti, che ora giudicava, erano stati anche i suoi fino a qualche anno prima. "Bisognerebbe scegliersi dei ruoli che ci rispecchino, così la maschera sociale sarebbe molto, molto vicina alla vera identità. In fondo ci sono infiniti modi di essere "uomo", "donna", "mercante" ; non ci sono ruoli fissi in assoluto, ma linee guida, quelle sì; la nostra personalità fa il resto: se sappiamo davvero chi siamo e cosa vogliamo, sapremo usare in modo creativo i vantaggi che la maschera ci offre; se dentro abbiamo un deserto, la maschera sarà un artefatto, pura apparenza. Dipende tutto da noi."
Capì che in fondo la maschera era uno strumento polivalente e pieno
di significati: era mediazione, una sorta di codice comportamentale per gestire
le relazioni fra l'io e il mondo.
Ma era anche mezzo di difesa, dietro cui nascondersi e prendere tempo per
valutare una situazione con il giusto distacco.
Maschera era potenzialità: amplificava i tratti, permetteva di lasciare
emergere lati personali sopiti e magari di scoprirne di inaspettati.
Maschera era finzione: quando non si aveva nulla con cui alimentarla o mantenerla
viva, diventava soltanto un guscio vuoto.
Le ore passavano e la festa volgeva al termine; già sentiva in bocca l'amarezza di un sogno che stava per finire. Non sapeva cosa avrebbe fatto l'indomani, ma una cosa l'aveva capita: non si sarebbe più fatto tarpare le ali dall'immagine dell'accattone. Chissà, forse avrebbe provato a bussare a qualche teatro: niente di serio, beninteso, una compagnia alla buona, dove non avrebbero badato più di tanto alle sue condizioni; la maschera gli aveva già portato fortuna, quel giorno e forse vestire i panni di qualcun altro in scena gli avrebbe dato l'opportunità di conoscersi e farsi conoscere, finalmente.