Ulisse e le sirene

Omero

VIII sec A. C.

Odissea dal canto XII

Circe raccomanda a Ulisse come difendersi dal canto ammaliatore delle sirene;
poi Ulisse spiega ai suoi compagni come procedere per affrontare il canto delle sirene senza rimanerne prigionieri.

Traduzione in versi di Ippolito Pindemonte

... Navigherete; ma il cammino, e quanto
Di saper v'è mestieri, udrete in prima,
Sì che non abbia per un mal consiglio
Grave in terra, od in mare, a incorvi danno
Ed io vi mostrerò il viaggio e vi darò ogni altro consiglio e indicazione. Così non avrete a patire per qualche inganno funesto o sul mare o per terra, andando incontro a guai e sventure.
... Alle Sirene giungerai da prima,
Che affascìnan chïunque i lidi loro
Con la sua prora veleggiando tocca.
Chïunque i lidi incautamente afferra
Delle Sirene, e n'ode il canto, a lui
Né la sposa fedel, né i cari figli
Verranno incontro su le soglie in festa.
Le Sirene sedendo in un bel prato,
Mandano un canto dalle argute labbra,
Che alletta il passeggier: ma non lontano
D'ossa d'umani putrefatti corpi
E di pelli marcite, un monte s'alza.
Tu veloce oltrepassa, e con mollita
Cera de' tuoi così l'orecchio tura,
Che non vi possa penetrar la voce.
Odila tu, se vuoi; sol che diritto
Te della nave all'albero i compagni
Leghino, e i piedi stringanti, e le mani;
Perché il diletto di sentir la voce
Delle Sirene tu non perda. E dove
Pregassi o comandassi a' tuoi di sciorti,
Le ritorte raddoppino ed i lacci.
Poiché trascorso tu sarai, due vie
Ti s'apriranno innanzi; ed io non dico,
Qual più giovi pigliar, ma, come d'ambo
Ragionato t'avrò, tu stesso il pensa.
Dapprima arriverai dalle Sirene che incantano tutti gli uomini, chiunque giunga da loro. Se uno, cioè, senza sapere si avvicina e ascolta la voce delle Sirene, non gli si fa più incontro la moglie al suo ritorno a casa, non gli fanno festa i teneri figli, ma le Sirene là lo affascinano con il canto melodioso, sedendo nel prato. E in giro c'è un grande mucchio d'ossa di uomini che imputridiscono gli si disfa e consuma la pelle dattorno. Ma tu passa oltre spalma sulle orecchie dei compagni, ammorbidendola, la cera dolce come il miele, perché nessuno degli altri deve udire. Tu invece ascolta pure se vuoi, ma ti leghino nella nave le mani e i piedi, stando là diritto alla base dell'albero, e a questo restino allacciate le funi. Così potrai ascoltare con viva gioia la voce delle due Sirene. E se tu preghi i compagni e gli ordini di scioglierti, essi allora ti leghino ancora di più con le corde. E quando i compagni avranno spinto la nave oltre le Sirene, qui non ti voglio più dire con precisione quale sarà la tua strada, ma decidi da te.
... ed io, trovata
La nave, a entrarvi e a disnodar la fune
Confortava i compagni; ed i compagni
V'entraro, e s'assidean su i banchi, e assisi
Fean co' remi nel mar spume d'argento.
Ed io mi recavo alla nave incitavo i compagni a salire anche loro, a sciogliere le gomene di poppa. «Essi pronti s'imbarcavano e sedevano agli scalmi. E così, uno dietro l'altro, battevano coi remi il grigio mare.
... Qui, turbato del core:
"Amici", io dissi,
Degno mi par che a tutti voi sia conto
Quel che predisse a me l'inclita Circe.
Scoltate adunque, acciocché, tristo o lieto,
Non ci sorprenda ignari il nostro fato.
Sfuggire in pria delle Sirene il verde
Prato e la voce dilettosa ingiunge.
Vuole ch'io l'oda io sol: ma voi diritto
Me della nave all'albero legate
Con fune sì, ch'io dar non possa un crollo;
E dove di slegarmi io vi pregassi
Pur con le ciglia, o comandassi, voi
Le ritorte doppiatemi ed i lacci".
Allora io parlavo tra i compagni, addolorato nel profondo del cuore
Amici, non uno o due soltanto devono sapere le profezie che Circe mi disse, la divina tra le dee ma ve le riferirò perché le sappiate anche voi. Così periremo tutti insieme oppure riusciremo a fuggire via, schivando il destino di morte. Mi consigliava, ella, per prima cosa di evitare il canto delle Sirene divine e il prato pieno di fiori. Diceva che io solo ne ascoltassi la voce. Ma voi legatemi con una corda fino a farmi male, perché resti fermo nello stesso posto, in piedi alla base dell'albero, e a questo rimangano allacciate le funi. E se vi prego e vi ordino di sciogliermi, voi stringetemi ancora di più con le corde.›
Mentre ciò loro io discoprìa, la nave,
Che avea da poppa il vento, in picciol tempo
Delle Sirene all'isola pervenne.
Là il vento cadde, ed agguagliossi il mare,
E l'onde assonnò un demone. I compagni
Si levâr pronti, e ripiegâr le vele,
E nella nave collocarle: quindi
Sedean sui banchi ed imbiancavan l'onde
Co' forti remi di polito abete.
Io la duttile cera, onde una tonda
Tenea gran massa, sminuzzai con destro
Rame affilato; ed i frammenti n'iva
Rivoltando e premendo in fra le dita.
Né a scaldarsi tardò la molle pasta;
Perocché lucidissimi dall'alto
Scoccava i rai d'Iperïone il figlio.
De' compagni incerai senza dimora
Le orecchie di mia mano; e quei diritto
Me della nave all'albero legaro
Con fune, i piè stringendomi e le mani.
Poi su i banchi adagiavansi, e co' remi
Batteano il mar, che ne tornava bianco.
Già, vogando di forza, eravam quanto
Corre un grido dell'uomo, alle Sirene
Vicini. Udito il flagellar de' remi,
E non lontana omai vista la nave,
Un dolce canto cominciaro a sciorre:
"O molto illustre Ulisse, o degli Achei
Somma gloria immortal, su via, qua vieni,
Ferma la nave; e il nostro canto ascolta.
Nessun passò di qua su negro legno,
Che non udisse pria questa che noi
Dalle labbra mandiam, voce soave;
Voce, che innonda di diletto il core,
E di molto saver la mente abbella.
Ché non pur ciò, che sopportaro a Troia
Per celeste voler Teucri ed Argivi,
Noi conosciam, ma non avvien su tutta
La delle vite serbatrice terra
Nulla, che ignoto o scuro a noi rimanga".


«Così dicevo spiegando ogni cosa ai compagni. «E intanto velocemente giunse la nave all'isola delle due Sirene un vento favorevole la spingeva. «Allora subito il vento cessò e venne la bonaccia tranquilla un dio addormentò le onde. «Si alzavano in piedi i compagni ammainarono la vela e la gettarono in fondo alla nave. Poi sedevano ai remi e facevano biancheggiare l'acqua con le lisce pale d'abete. Ed io tagliavo una grossa forma di cera in piccoli pezzi con l'affilata arma di bronzo e li schiacciavo con le mani robuste. E ben presto si ammolliva la cera poiché la vinceva la grande mia forza, e lo splendore del Sole sovrano, figlio di Iperione. «Uno dopo l'altro, la spalmai sulle orecchie a tutti i compagni. «Essi mi legarono nella nave le mani e i piedi, stando io là ritto alla base dell'albero e a questo allacciavano le funi. Poi si sedevano e andavano battendo coi remi il mare. «Ma quando ero tanto lontano quanto si fa sentire uno che grida, e rapidamente loro spingevano, non sfuggì alle Sirene che passava vicino una celere nave, e intonavano un canto melodioso ‹Vieni qui, Odisseo glorioso, grande vanto degli Achei ferma la nave, se vuoi ascoltare la nostra voce. Nessuno mai è passato di qui con la nave senza prima udire dalle nostre bocche la voce dal dolce suono ma poi se ne va con viva gioia e conosce più cose. Noi sappiamo tutto quello che nell'ampia pianura di Troia soffrirono gli Argivi e i Troiani per volontà degli dei. E sappiamo anche quanto avviene sulla terra che nutre tanta gente.›


Cosi cantaro. Ed io, porger volendo
Più da vicino il dilettato orecchio,
Cenno ai compagni fea, che ogni legame
Fossemi rotto; e quei più ancor sul remo
Incurvavano il dorso, e Perimede
Sorgea ratto, ed Euriloco, e di nuovi
Nodi cingeanmi, e mi premean più ancora.
Come trascorsa fu tanto la nave,
Che non potea la perigliosa voce
Delle Sirene aggiungerci, coloro
A sé la cera dall'orecchio tosto,
E dalle membra a me tolsero i lacci.
«Così dicevano emettendo la bella voce. Ed io volevo ascoltare e ordinavo ai compagni di sciogliermi e facevo segni con gli occhi. Quelli curvandosi remavano. «Subito si alzavano in piedi Perimede ed Euriloco, e mi legavano con molte corde e mi stringevano ancora di più. «Dopo che furono passati oltre, e non udivamo più la voce delle Sirene e neppure il canto, in fretta i miei fedeli compagni si tolsero via la cera che avevo spalmato loro sulle orecchie, e sciolsero me dai legami.