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Dopo un anno |
Faccio parte di questo gruppo da più di un anno ormai. Il percorso
che ho intrapreso dentro di me per arrivare ad affermare con soddisfazione
che sono un membro del gruppo della trasgressione è stato difficoltoso,
un continuo mutare di emozioni e pensieri. Da sei mesi soltanto sento reale
la convinzione e solida la motivazione a investire seriamente in quello che
stiamo facendo. Il fatto che prima, in un certo senso, opponessi qualche resistenza
era dato da antichi pregiudizi e timori: oltre a considerare la prigione un
vicolo cieco, temevo la staticità dell'ambiente carcerario e l'opinione
di quelle persone che, libere o detenute, non fossero visibilmente propense
a guardare dentro se stesse.
Col tempo ho fatto delle scelte e ho capito che è proprio attraverso il lavoro col gruppo che possiamo provare a trasformare, costruire e ristrutturare la realtà che viviamo. Trasformare in risorsa uno spazio che in sostanza si limita a privare le persone della libertà. Costruire ponti con l'esterno; sensibilizzare al problema parti della società che ignorano o temono ciò che sta dentro e intorno al carcere; inventare modi per divertirci e creare insieme nuovi canali d'espressione. Ristrutturare e rinforzare qualcosa che già esiste ma che vive in stato di precarietà: la speranza del cambiamento e la comunicazione fra dentro e fuori le mura.