Pasquale Cafierocatenacci
e ciccirinella |
Sara Bellodi |
03/11/2002 |
Non ho mai realmente riflettuto sul lavoro dell'agente, quando penso al carcere
penso ai detenuti, agli agenti confesso di non aver mai pensato.
Ho cominciato ad interrogarmi sabato, mentre ascoltavo Salvatore e Biagio
parlare.
Credo che fare l'agente sia un lavoro difficile, perché è difficile
rappresentare un'Istituzione.
Non credo né all'agente tiranno né all'agente con il cuore tenero,
penso che la differenza non la faccia solo la divisa, ma anche e soprattutto
la persona che la indossa.
Non escludo che esistano agenti tiranni che fanno della violenza uno strumento
per punire la violenza stessa, ma questo penso sia un problema di povertà
d'animo della persona in sé, una povertà d'animo che si può
trasformare in arbitrio quando frustrazioni, rabbia e potere garantito dalla
divisa si mescolano.
Credo che l'agente, in quanto agente, non sia necessariamente tenuto a mantenersi
distante dagli uomini che deve chiudere in cella, credo che questo, qualora
venga fatto, sia una personale scelta di rapportarsi agli altri e al proprio
lavoro.
Resta di fatto, però, che gli agenti questo lavoro lo devono fare.
La cosa importante credo stia soprattutto nel fatto che agenti e detenuti
condividono, in modi opposti, lo stesso ambiente, le stesse mura.
Credo che possano esserci agenti arbitrari, autoritari quanto penso possano
esserlo i detenuti e i comuni cittadini, ma credo e spero che ci siano anche
agenti aperti al dialogo e al confronto, così come fino ad ora abbiamo
conosciuto detenuti aperti e motivati e
studenti aperti e motivati.
Tuttavia, credo che a volte il ruolo che gli agenti ricoprono possa soffocare
ciò che essi pensano. Credo che il dover rinchiudere ogni sera dei
detenuti nelle celle, a volte, possa indurre gli agenti a trascurare la complessità
delle persone di cui si occupano; il loro è un lavoro, come tutti i
lavori diventa quasi un automatismo, lo si fa giorno dopo giorno senza interrogarsi.
Non dico che sia giusto, ma nemmeno poi così strano.
Non credo che l'apertura di un dialogo con i detenuti possa minare l'autorità
degli agenti, né credo che possa modificare le coordinate entro cui
si muovono nell'espletare il loro lavoro. Penso che gli agenti siano consapevoli
- anche a prescindere da qualsiasi confronto - di avere di fronte degli uomini
nel momento in cui girano le chiavi nelle serrature, uomini assassini, criminali,
ladri, ma sempre e comunque uomini.
Mi sembra, d'altra parte, che una comunicazione fra agenti, studenti, detenuti
e comuni cittadini debba potere essere contemplata dalla nostra società;
in fondo si sta parlando di ruoli e funzioni delle nostre istituzioni.
Non credo che noi abbiamo l'obiettivo di sensibilizzare l'agente ai problemi del detenuto -sarebbe francamente presuntuoso da parte nostra -; ma cercare un dialogo con loro mi pare desiderabile, almeno quanto cercare un dialogo con i detenuti. Credo che noi, come persone che stanno acquisendo strumenti per orientarsi nella società, abbiamo il dovere - e, per quanto mi riguarda, il piacere - di avvicinarci alla comprensione dei nodi di un'istituzione come il carcere, un luogo dal quale stiamo ricavando ben altro da quello che ci si aspetta da un ambiente chiuso e ripiegato su se stesso, come lo pensavo prima di entrarci. Se poi, il nostro comprendere dovesse favorire una evoluzione della relazione agenti-detenuti, tanto meglio.
Penso che per l'agente la possibilità di confrontarsi, di parlare,
di osservare la propria realtà anche da punti di vista differenti sia
un arricchimento, che può anche non trasformarsi in una maggiore sensibilità,
ma di arricchimento comunque si tratta.
L'agente dovrà continuare a chiudere le celle sempre, anche dopo che
avrà parlato con i detenuti, anche dopo che li avrà conosciuti;
questo è un punto fermo, perché è un lavoro che sono
chiamati a fare dall'Istituzione.
Un incontro tra detenuti e agenti può servire a crescere, a confrontarsi, allo stesso modo in cui sono serviti gli incontri tra i detenuti, gli studenti e i comuni cittadini.
Che cosa destabilizza?
Destabilizza la tradizionale visione di carcere, ma quella mi sembra che abbiamo
contribuito già ampiamente a destabilizzarla.
Ci sono convinzioni profondamente radicate sulla condizione carceraria come
repressiva, punitiva; convinzioni barricate dietro allo scetticismo.
Destabilizza le convinzioni cristallizzate.
Non credo che destabilizzi il carcere in sé, l'Istituzione, nel senso
che non penso che possa renderlo più fragile, credo che invece possa
renderlo più "intelligente".
Destabilizzare non vuol dire distruggere, vuol dire a mio avviso rendere meno
stabile dei preconcetti per poter inserire nuove idee, nuovi spiragli e nuovi
contributi.
E' da sabato che, pensando al progetto agenti, mi ronza in testa questa canzone.
Io mi chiamo Pasquale Cafiero
e son brigadiere del carcere oinè
io mi chiamo Cafiero Pasquale
sto a Poggio Reale dal cinquantatrè
e al centesimo catenaccio
alla sera mi sento uno straccio
per fortuna che al braccio speciale
c'è un uomo geniale che parla co'me.
Tutto il giorno con quattro infamoni
briganti, papponi, cornuti e lacchè
tutte l'ore co' 'sta fetenzia
che sputa minacce s'à piglia co' me
ma alla fine mi assetto papale
mi sbottono e mi leggo 'o giornale
mi consiglio con don Raffaè
mi spiega che pensa e bevimm'ò cafè.
("Don Raffaè" Fabrizio De Andrè)