In cerca di fortuna |
Livia Nascimben |
22-07-2004 |
Da qualche giorno a casa l’aria è tesa.
Mio fratello, riunita la famiglia, ha annunciato che se ne andrà via
da casa, smetterà di studiare e cercherà lavoro, benessere e fortuna
in un’altra città.
Mia madre è persa in mille interrogativi, dubbi e paure.
Mio padre è fermo nelle sue dichiarazioni: "faccia quel che
vuole, è maggiorenne e scelga in autonomia, vi ho dato quello che potevo
darvi, ora non posso darvi più niente, la vita è la vostra, costruitevela
come meglio credete".
Io provo rabbia e taccio; sento mio fratello già lontano, mia madre fragile, mio padre distaccato e sono insicuro.
Ho provato a parlare con mio fratello; lo ammiro, lo invidio, mi fa tenerezza, temo per lui. Mi ha detto che sa quel che fa, che vuole inseguire i suoi sogni lasciando la comodità di un pasto caldo e un tetto sicuro sotto cui dormire. Va alla scoperta di se stesso, di una città nuova, della forza dei suoi muscoli. Ma ce la farà?
Io per ora resto, non ho il coraggio di andare, di sperimentarmi. Arriva il momento in cui un figlio lascia la casa dei propri genitori per vivere da solo, per costruirsi la propria famiglia, con gli strumenti e le conoscenze che gli sono state trasmesse; è naturale, da piccoli è il padre che spinge il figlio a separarsi dall’abbraccio materno per andare alla scoperta di sé e del mondo, poi è la società che chiama i suoi cittadini a farne parte. Mi chiedo se mio fratello stia fuggendo o se sia giunta l’ora di affermarsi.
Mia madre teme di non essere riuscita ad accudire abbastanza
suo figlio, di non poterlo più proteggere e, davanti a sé, per
lui, vede male e distruzione; si sente impotente di fronte alla sua scelta ed
è pronta ad accoglierlo quando tornerà.
Mio padre l’ha avvisato: "torna e non avrai le ricchezze che
ora scegli di lasciare, non compenserò i tuoi errori, non premierò
il tuo atteggiamento velleitario. Per comprare una casa e costruirsi una famiglia
ci vogliono tempo e sacrificio. Io sono stato a casa dei miei genitori fino
a quando mi sono sposato, ho lavorato e messo da parte i soldi, poi ho comperato
casa; tu come credi di potertela cavare? Se tornerai da me, non ti aiuterò,
non ho denaro da buttare, non ho intenzione di correre dietro la tua brama di
potere e le sciocchezze che hai per la mente."
Mio fratello va, triste, amareggiato, perché nessuno ha accolto con gioia il suo progetto, perché nessuno gli ha detto di essere fiero della sua determinazione, forse perché non è riuscito lui a chiedere qualcosa di importante.
Io resto a casa, forse per non rischiare di deludere i miei
genitori. Non provo a fermare mio fratello, lascerà un vuoto che temo
di non riuscire a colmare e per questo provo rabbia, mi lascia un compito gravoso,
crescere, per quel che mi spetta, e portare avanti i beni della famiglia, facendo
anche il suo lavoro. Non provo a fermare mio fratello, lo invidio, con lui faccio
partire quella parte di me che non osa andare lontano.
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