Realtà e verità, le mie

 

Giorgio Carletti

30-06-2008
 

Questo è il mio primo scritto e chissà che figura! Beh, ci provo.

Dunque, da quanto ho capito fino ad ora, voi tutti avete esposto la vostra vita, le vostre realtà, ed io vi dico la mia, tragica come quella di alcuni di voi o, per fortuna, meno tragica. Ma questo, comunque, non si saprà mai.

Per quanto mi riguarda, questo mio scritto è pura realtà. Penso che sia inutile iniziare affermando la mia innocenza. Inizio raccontando quello che facevo da bambino.

Ricordo bene le partite a pallone sotto casa, dove non c'erano ancora molte strade asfaltate, anche se ci si poteva comunque giocare, ed era stupendo. Ogni domenica andavo con i miei amici all'oratorio, dove si potevano fare tantissimi giochi, e poi c'era anche il cinema, che a quei tempi costava pochissimo, ed io, inoltre, avevo la fortuna di non dover pagare il biglietto perché, avendo in quel periodo problemi finanziari, venivo aiutato dalle suore e dai preti dell'oratorio. Questo fatto fino ad allora non aveva importanza, anche se, pur essendo io un bambino di dieci anni, ero consapevole delle difficoltà che mia madre doveva affrontare per me e per le mie sorelle.

Ma devo proprio dire che mia madre è la donna più in gamba che io abbia mai conosciuto. Tuttora, quando viene ai colloqui, mi prepara dei pacchi bellissimi, e sono sicuro che se ci fossero da fare trentuno colloqui, lei ne farebbe trentadue.

Ma torniamo alla mia infanzia. Non è stata per nulla traumatizzata, tranne alcuni episodi di litigi familiari che avvenivano quando mio padre beveva molto. Ma eccetto questi momenti, mio padre, che è un bravissimo uomo, usava parte del suo stipendio per il suo problema. Io intanto continuavo a crescere e cercavo di capire cosa dovevo decidere di fare o non fare per affrontare al meglio la nostra situazione familiare.

Ho conosciuto un ragazzo che poi diventò uno dei miei più cari amici. Era intelligente e coraggioso. Quell'incontro si rivelò divertente e indispensabile. Divertente perchè mentre rubavamo ci divertivamo come dei matti, indispensabile perchè ne ricavavamo anche dei soldini.

Con quei guadagni acquistai il mio primo motorino, che era un Ciao rosso, come quello che aveva lui, il mio socio, di cui sono orgogliosissimo. Premetto che, siccome desideravamo il meglio per i nostri motorini, non ci fermavamo di fronte a nulla pur di renderli più belli e i più veloci che ci fossero mai stati. Avevamo anche una cantina che sembrava un monolocale per come era arredata e grande: c'era di tutto, letto sopra, letto sotto, super impianto stereo costruito da noi ormai esperti nel rubare sterei, amplificatori e casse.

In quel periodo abbiamo devastato Milano. Tutti i nostri amici ricordano ancora oggi la nostra "super cantina". Ci chiedevano spesso il favore di prestarla ad amici tosti. Infatti non era una cantina per tutti. Presto abbiamo imparato a rubare auto e per far capire che già eravamo tosti, le rubavamo anche su ordinazione. Ogni tanto capitava che mi arrestavano, ma, avendo tredici anni, il mattino dopo ero a casa.

Da questi furti ne uscivano dei bei soldini, tanto da permettermi l'acquisto di una scocca nuova di un golf GT 16 valvole, che a quei tempi era una super macchina (presto divenne il più bel golf GT di tutta Milano: interni in pelle color nappa, quattro poggiatesta, mascherina con quattro fari quadrati, tutta color rosso ferrari, impianto stereo Pioneer, cerchi in lega "bellissimissimi", e tutto rigorosamente originale). Per farlo come volevamo noi, siamo dovuti andare in tutte le zone di Milano, anche in quelle più malfamate. L'importante era il risultato, e la nostra costanza era un'arma per la convinzione di ciò che volevamo.

Finalmente avevamo l'auto dei nostri sogni. Sogni di ragazzi di quindici anni. Ricordo che di notte il nostro golf (sempre lucido) dormiva in un garage custodito, con tanto di telone. Ricordo che lo prendevamo al sabato e alla domenica. Ci vestivamo bene. Credetemi, ci venivano i brividi quando viaggiavamo sul nostro golf. Non c'era una ragazza che resisteva a fare un giro con noi e il nostro golf. Ricordo che facevamo anche sbattere i piedi per non sporcare i tappetini. Ci salutavano tutti al nostro passaggio. Eravamo felici e orgogliosi di noi stessi.

Ma poi persi per qualche anno il mio socio perché un suo arresto durò più di un anno. Io continuai a rubare con altri, ma non era la stessa cosa. Così iniziai a compiere rapine veloci e semplici.

Avevo una ragazza bellissima, Lella, una cantante di pianobar. Ricordo ancora oggi che era circondata da fans incredibili, tipo Renè Arnoux, allora corridore di formula uno, dal quale riceveva di continuo mazzi di rose rosse e inviti vari, ma lei usciva e stava solo con me. Io ero perso per lei. Avevo diciassette anni, mentre lei ventisette. Spesso la portavo a casa mia, ma vedevo che mia mamma non era d'accordo perché Lella era più grande, anche se per me non aveva molta importanza perché l'amavo.

Dopo un anno e mezzo mi arrestarono e tutto svanì perchè fui condannato a cinque anni.

Ora, finalmente, posso pagarmi il biglietto per andare al cinema. Peccato che io sia qui.