Portare a galla

 

Enzo Martino

14-08-2005  

Essere qualcuno, per sentire di appartenere a qualcosa. Cerco di risolvere i miei problemi, superare la mia angoscia. Quando non ti senti nessuno, ti sembra di essere invisibile e cominci a vivere una vita fatta di non regole.

Non sentirsi dipendente da nessuno non ti pone ostacoli. Il problema sorge, quando gli altri dipendono da te e devi dare delle indicazioni, ma se non hai dentro delle nozioni valide e costruttive, la risposta è indurre gli altri a commettere i tuoi stessi errori. E così cominciano i sensi di colpa.

I sensi di colpa si fanno sentire perché le persone a cui tieni ti chiedono di assumerti delle responsabilità. La responsabilità viaggia con i sensi di colpa, è evidente che capisci che qualcosa d’errato è stato commesso. A me è successo.

Fino a quando non si hanno delle relazioni coinvolgenti, ti sfugge il senso della libertà degli altri. Con i comportamenti sbagliati, non si fa del male solo a se stessi, ma a tutti quelli che vivono insieme a te e per te. Quando capisci che dipende da te la libertà degli altri, allora ti soffermi e analizzi tutto quello che hai fatto e che non hai fatto perché le cose andassero per la giusta direzione.

Non serve avere la laurea per capire quando si sta sbagliando; quando si sbaglia la convenienza è far finta che il mondo sei tu, gli altri contano come te, cioè nulla. Guardando al passato, ci si può accorgere di aver vissuto come se non esistesse nessuno in questo mondo a parte te stesso.

L’ipocrisia ti appesta come una brutta malattia, e il danno è che convivi con questa malattia in maniera apparentemente insensibile. Credo questo succeda perché si vuole cancellare la parte sana del proprio io, e far emergere quella parte che si vuole punire e che fa male portare in giro per tutta la vita.

Mi spiego meglio: la parte buona di se stessi si reprime, uccidendola, mentre la parte cattiva la si mostra per farla uccidere dagli altri, o forse perché non si ha il coraggio di toccarla e ammaestrarla come si desidera, e allora si spera che gli altri possano fare quello che non riesce a te.

Nella vita serve cogliere le opportunità e, quando queste si presentano, farsi aiutare a non distruggere quella parte cattiva, ma a farla diventare qualcosa di costruttivo, perché non è necessario uccidere le proprie parti interiori che fanno male, serve aiutarle ad emergere e ricostruirle; e in futuro presentarle agli altri come parti di se stessi, dove gli altri potranno attingere.

In ogni essere umano si nasconde una parte che fa male: tenerla separata per non sentire dolore non serve; quello che è auspicabile è portarla a galla ed esplorarla; forse poi s’inizia a sentirsi un poco meglio.