Non posso |
Fabio Licciardi |
22-03-2004 |
Al ritorno in cella per la cena, dopo l’incontro con la Signora Bartocci,
Marcello mi ha detto: “io non ho sentito quello che hai provato
tu”. Quella frase mi pesa. Barbara Bartocci e la madre non sono
le mie vittime, ma durante l’incontro del 28 Febbraio
io le ho sentite come se lo fossero; questa è, secondo me, la differenza
tra le mie emozioni e quelle di Marcello.
Mi odio per non trovare mai la forza di dire quello che penso, per non approfittare delle persone che sono lì per ascoltare il mio sentimento di paura. Quando ho scritto del mio macigno, ho fatto fatica nel mettere insieme i miei timori. I miei sentimenti mi suonavano inutili e scontati: il rimorso, la paura, e sopratutto la mia infelicità.
Mi è difficile descrivere il momento in cui ho guardato negli occhi dei famigliari di “Pippo”. Quando li ho guardati, ho visto la morte che io ho ci avevo messo dentro con le mie mani.
Quegli occhi che mi tormentano li vedo in tutti, non solo in quelli a cui ho inferto questa violenza: in quelli dei miei genitori durante i nostri colloqui, in quelli di Antonella e Silvia, Cosimo, Marta, Livia e in tutta la società.
Sabato al gruppo Corrado ha cercato di giustificare il mio gesto, e ha detto
la pura verità: io non volevo che accadesse ciò che è
accaduto.
Ma per chi ha perso “Pippo” quale importanza ha questa giustificazione?
Con quale coraggio posso permettermi di chiedere scusa per un gesto che “non
volevo fare”?
Con quale coraggio posso desiderare che le persone capiscano che io, senza
nessun motivo e senza volerlo nemmeno fare, mi permettevo di camminare con
un coltello in tasca e di togliere a loro “Pippo” per sempre.
Io, a differenza di chi mi giustifica, non posso farlo, non mi posso permettere questo lusso. Uno dei motivi per cui ho difficoltà a parlare di questo mio sentimento è che le persone non riuscirebbero a comprendere fino in fondo il mio senso di colpa e l’importanza che ha dentro di me. Nella riunione di sabato scorso sono rimasto deluso per non aver visto negli altri quello che io volevo vedere: la paura, la vergogna per quel gesto assurdo.
E’ difficile aprirsi e lasciarsi prendere dalla paura e dalla vergogna, quando non ci sembra possibile che gli altri possano comprendere quegli stati d’animo che dentro di noi diventano dei veri e propri “tiranni”.
Sabato mi sono sentito solo col mio dolore, chiudendomi in me stesso, rinnegando
il dovere di aprirmi e l’importanza che quella situazione meritava.
Sabato mi sentivo deluso e demotivato per condividere le mie emozioni con
gli altri presenti! Questo, però, mi sta facendo capire che ho bisogno
di parlarne per riuscire a convivere con il mio senso di colpa.