La caramella alla naftalina

Giulia Secco

05-09-2012  

Avrò avuto poco più di 6 anni. Ero una bambina vivace e sempre in movimento e sin dai primi giorni di scuola mi ero alleata con i bambini più pestiferi della classe. I dispetti erano il nostro passatempo preferito ma la maestra mi perdonava ogni marachella perché ero la più piccolina e mi nascondevo dietro un faccino innocente.

Ricordo che il bersaglio preferito era Chiara. Chiara era una bambina che aveva dei problemi dovuti ad una famiglia problematica. Ma noi, piccole pesti, questo non lo comprendevamo. A Chiara dedicavamo tutte le nostre peggiori attenzioni: mi ricordo di una volta in cui le facemmo credere che sul suo piatto di patatine fritte ci fossero degli acari e lei, scoprendo da noi di esserne altamente allergica, disperata non le mangiò più. Che soddisfazione dividerci il bottino sotto i suoi occhi. I bambini sanno essere molto perfidi… se ci ripenso mi vergogno delle cattiverie che le abbiamo fatto.

Però mi ricordo anche che io e Chiara ci volevamo bene e che dopo ogni birbanteria facevamo pace e passavamo momenti di vera amicizia. Ogni lunedì pomeriggio, dopo aver fatto le commissioni con la zia Vera e la nonna Clara era immancabile la merenda con Chiara nel cortile. Aspettavamo quel momento tutta la settimana anche perché giocavamo a fare le marines ed era una gara a chi tornava a casa più sporca di fango.

L’episodio che voglio raccontare però è stato quello di quando io e la mia complice più maligna Marta, decidemmo di fabbricare a Chiara una caramella alla naftalina. Fu dura scegliere la lista degli altri ingredienti per la pozione magica, ancora più impegnativo preparare di nascosto l’intruglio infernale nel bagno di mia nonna Anna mentre lei sonoramente dormiva. Ma alla fine io e Marta fummo soddisfatte della caramella avvelenata ottenuta: una Dietorella alla fragola.

Marta, furbetta, decise che il giorno seguente avrei dovuto portare io a scuola il frutto del nostro perfido lavoro e che avrei dovuto offrirlo a Chiara. E io, che avevo mangiato la foglia, prontamente il giro dopo mi presentai in classe con un sacchetto di Dietorelle tutte assolutamente sanissime, mentre quella incriminata la nascosi a casa nel cofanetto del lucido delle scarpe. A quel punto Marta, tradita, aspettò che offrissi una caramella a Chiara e prontamente fece la spia con la maestra Maria.

Poi successe il delirio: furono convocate le famiglie mie e di Marta. Ricordo la maestra Maria che davanti alla classe si comportò in modo severo e terrorizzante ma prendendomi in disparte scoppiò in una risata e mi abbracciò. Ricordo mia madre già ai tempi tendente al dramma, piangente, che mi mise in castigo ma poi me lo abbuonò per la festa di compleanno della mia migliore amica Nadia, di nascosto da mio padre. Ricordo la risata di mia nonna Anna, quando seppe dell’accaduto: rideva così tanto da tenersi la pancia e finalmente riusciva a capire la fonte del mio interesse per i metodi di conservazione della lana con la naftalina e dei vari agenti chimici presenti nel suo bagno. Mi ricordo anche la nonna Clara che voleva fare la seria, ma vedendo la nonna Anna ridere così di gusto, nascondeva un sorriso.

Ma l’avvenimento che ricordo più nitidamente e che colora di una tonalità grigia questa divertente vicenda è stato quando mio padre venne a prendermi quel pomeriggio dopo il misfatto. Non era mai successo che all’uscita ad aspettarmi ci fosse mio padre e non le mie nonne. Quando lo vidi però mi ricordo che provai gioia per quel gesto inaspettato, ignorando totalmente il vero motivo. Corsi verso di lui, ma lui non mi abbracciò, mi disse solo con tono freddo: “andiamo a casa”. Mi ricordo che nel tragitto cercai di prendere la sua mano ma lui mi scansò. Allora mi misi a piangere ma lui era irremovibile. Ricordo come fosse oggi la sua ostilità nei miei confronti, il suo disprezzo, la sua totale incapacità di considerarmi per quello che ero, una bambina.

Questo è il primo ricordo che ho di mio padre. Ed è così che lui vive ancora dentro di me. Tante volte negli anni ho cercato la sua mano e il suo appoggio, ma lui è sempre stato imperturbabile. Tante volte ho avuto l’impressione di riuscire a raggiungerlo ma ogni volta vivevo la delusione di vedere che alla fine lui non afferrava la mia mano. Era come se non esistessi.

Così tante volte ho cercato quella stretta di mano con altre persone. Sono anche stata fortunata, tanti mi hanno presa per mano e aiutata ma sono state anche numerose le volte in cui non ho capito che stavo afferrando la mano di persone sbagliate e immancabilmente ho sofferto. Così è cresciuta la mia rabbia nei confronti di mio padre e della sua incapacità di accorgersi di me. Ed è cresciuta la mia paura.

Oggi ho ancora paura. Ho paura a chiedere e a dare la mano ma soprattutto ho paura di continuare ad afferrare mani sbagliate e di lasciare andare mani salde.