Antonella Cuppari |
18-06-2004 |
Nelle scelte di ogni giorno ognuno esercita il proprio potere. All’interno di una situazione di comunicazione e di scambio, mantiene un potere anche chi rimane in silenzio: per ascoltare o per appiattire le parole degli altri.
A volte si esercita il proprio potere prendendo e lasciando le relazioni quando queste aumentano di intensità e diventano compromettenti per gli equilibri cui siamo abituati. Ma possiamo chiamare “potere” la fuga?
Esercitando il potere, una persona dovrebbe per lo meno sentirsi
un po' meglio, un po' più forte. E invece, tante volte la fuga conferma
soltanto il potere dei nostri fantasmi.
No, la fuga non è un potere per me, è la negazione del potere
mio e degli altri. Ho ancora vivo il ricordo di quando i
miei giudici hanno tolto la toga e i loro volti hanno assunto i contorni
delle persone con cui costruisco. Ho dentro di me il rumore di una guerra antica
e ho davanti un nuovo potere da raggiungere: concedere ai miei compagni di viaggio
il potere di nutrirmi e di occupare il posto dei miei fantasmi.