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Domenica 3 Febbraio 2002
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«I colpiti da raptus omicida
non ricordano di avere agito»
di RITA SALA
ROMA - Per il delitto di Cogne c'è chi comincia ad avanzare, fra una congettura e l'altra, la fatidica parola: raptus. Il linguaggio comune e quello forense ricorrono a questo termine per indicare la temporanea assenza, in un individuo, dell'autocontrollo. Il raptus, diuturno protagonista della cronaca nera, è comunque al centro di una contraddizione socioculturale non facile da dirimere. Ne parliamo con Angelo Aparo, docente di Psicologia della devianza a Milano (Università della Bicocca) ed esperto dell'argomento dopo anni di lavoro nelle carceri, a contatto con assassini condannati per infanticidio, parricidio, matricidio, fratricidio e altri efferati delitti.
Gli assassini
che ha incontrato e incontra in carcere sono colpevoli di delitti commessi in
stato di raptus. Hanno un tratto comune?
"Credono tutti, assolutamente e fermamente, di non "esserci stati",
al momento del delitto. Se il raptus è quello scoordinamento totale ma
momentaneo che può condurre un essere umano a delitti terribili, e senza
uno scopo riconoscibile, questi uomini e queste donne pensano: noi non c'eravamo,
non eravamo noi, dunque la sentenza del giudice che ci ha condannati non corrisponde
alla nostra vera realtà soggettiva. Esistono però mille riflessioni
possibili sul raptus. Dobbiamo innanzitutto chiederci se davvero c'è
un momento di obnubilamento totale di cui nulla è dato sapere, né
prima, né poi".
Il tema è
importantissimo. Ipotizziamo un caso di infanticidio.
"Il Tribunale prescinde dalla possibilità di "storicizzare"
il raptus durante il quale una madre o un padre possono aver ucciso un loro
figlio. Il Tribunale domanda invece a uno psichiatra, a un criminologo, chiamati
a fare una perizia, se il soggetto, "al momento dei fatti", fosse
o meno in grado di intendere e volere. Qui si genera il problema. Chiedendo
al perito di esprimersi sul comportamento dell'accusato "al momento dei
fatti", si punta l'osservazione su un determinato lasso di tempo. Su quello
e basta. Come non arrivare alla risposta più ovvia, cioè alla
famosa "incapacità di intendere e di volere" se sei di fronte,
ad esempio, a un padre che ha ucciso il figlio tossico dopo anni di angherie?".
Si motivano
e si "giustificano" così colpe tremende...
"Il perito, ogni volta, si trova di fronte a una pesante dicotomia. Da
una parte, il quesito di base: va il reo punito nonostante tutto, saturando
il comune senso morale e le regole sociali? Dall'altra, la riflessione: affidando
il reo alla cura, facendolo tornare padrone del Sé momentaneamente cancellato
dal raptus, non si lascerà pensare alla comunità sociale che in
realtà l'assassino sfugge alla condanna e che, da allora in poi, tutto
può accadere?".
Perito e giudice,
antagonista e protagonista. Come nella tragedia greca.
"La tragedia greca non cerca colpe e ragioni, bensì riflette con
amarezza sulla somma di forze incoercibili che determinano il destino di un
uomo. Noi ci troviamo invece su un bivio: una strada è quella dove la
colpa è colpa; l'altra conduce alle argomentazioni, considerate eccessivamente
giustificatorie, perfino lassiste, di chi insiste sulla necessità di
curare. Occorrerebbe non "tradire" il cittadino e, al tempo stesso,
tener presenti malattia, anomalia, storia personale del colpevole, appunto".
Una condizione
utopica. Chi dovrebbe, nel concreto, promuoverla?
"Chi fa cultura. Ha il dovere di informare i cittadini e di renderli consapevoli
di come stanno le cose. Se il guidice è sempre espressione del popolo
che lo ha reso tale e della sua cultura, è l'uomo di cultura a dover
condurre la cultura stessa a progressivi mutamenti, a nuove consapevolezze.
Sono gli intellettuali ad avere un compito discriminante: far capire che la
cura può sostituire la pena".